la riflessione

L’effetto referendum ha «risvegliato» il Paese

Emanuela Megli

Il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo consegna una vittoria chiara del No. Dentro questo scenario, emerge con forza il ruolo delle nuove generazioni

Il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo consegna una vittoria chiara del No, ma fermarsi al dato numerico sarebbe riduttivo. Più che l’esito, a colpire è il contesto in cui questo voto è maturato: un ritorno alla partecipazione, una riattivazione civica che negli ultimi anni sembrava affievolita. L’affluenza, vicina al 59% secondo i dati ANSA, rappresenta già di per sé un segnale politico forte. Ancora più significativo è il contributo di una quota di elettorato che abitualmente resta ai margini: tra il 10% e il 15% dei votanti, infatti, erano cittadini che normalmente non partecipano. È come se il referendum avesse riaperto uno spazio di responsabilità collettiva, riportando il voto al centro del dibattito pubblico.

Dentro questo scenario, emerge con forza il ruolo delle nuove generazioni. I dati mostrano che tra i 18 e i 34 anni il No ha raggiunto il 61,1%, una percentuale nettamente superiore rispetto alle altre fasce d’età. Non si tratta solo di un orientamento politico, ma di una presa di posizione consapevole: i giovani non solo hanno partecipato, ma hanno inciso. In un Paese spesso descritto come distante dalla politica, questo elemento rappresenta forse il cambiamento più rilevante.

Eppure, il referendum ha anche evidenziato un altro aspetto, meno immediato ma altrettanto cruciale: la distanza tra il quesito proposto e i problemi reali del sistema giustizia. In questo senso risultano particolarmente significative le osservazioni del procuratore Giuseppe Gatti, intervenuto in un seminario sul referendum a Bari. Durante quell’incontro, dedicato alla sensibilizzazione e alla spiegazione del voto, è emerso come molte delle questioni oggetto del referendum risultino già in parte disciplinate dalla riforma Cartabia. Oggi, infatti, giudici e pubblici ministeri sono già separati nelle funzioni, e il passaggio da una funzione all’altra è estremamente limitato: avviene solo una volta nella carriera e riguarda appena lo 0,40% dei magistrati, cioè 20-30 su circa 9.000. Numeri che ridimensionano l’impatto concreto della riforma proposta. Ancora più rilevanti sono i dati sul funzionamento quotidiano della giustizia. Un pubblico ministero in Italia gestisce mediamente circa 1000 procedimenti, contro una media europea di 200. A ciò si aggiungono carenze strutturali note: insufficienza di personale amministrativo, ritardi nella digitalizzazione, problemi di edilizia giudiziaria. Senza dimenticare il sistema penitenziario, con 63.000 detenuti a fronte di 40.000 posti disponibili, simbolo di un sovraffollamento cronico.

Questi elementi suggeriscono una riflessione più ampia: il referendum ha posto una questione importante, ma forse non quella più urgente. Il rischio, evidenziato anche nel dibattito pubblico, è quello di concentrare l’attenzione su aspetti marginali rispetto alle criticità strutturali. Eppure, sarebbe un errore leggere questo appuntamento elettorale solo in chiave critica. Il vero elemento positivo, forse il più importante, è stato il livello di informazione e coinvolgimento raggiunto. Il referendum ha stimolato discussioni, approfondimenti, confronti anche al di fuori dei circuiti tradizionali. Ha riportato i cittadini dentro il processo decisionale, rendendoli partecipi delle scelte politiche e, in senso più ampio, della direzione del Paese. In questo senso, il voto del 22 e 23 marzo non è stato solo un passaggio istituzionale, ma un momento di riattivazione democratica. Ha dimostrato che, quando chiamati in causa in modo chiaro, i cittadini rispondono. E che esiste ancora uno spazio vivo per la partecipazione, soprattutto tra le nuove generazioni. Il No ha vinto nelle urne. Ma a vincere davvero è stata, almeno per un momento, la democrazia partecipata.

Privacy Policy Cookie Policy