Perché ha vinto il no? Per il sospetto della vocazione autoritaria del governo

Nicola Rosato

L’esito del referendum ricorda l’aforisma di Ernest Benn, liberale inglese. Talvolta, diceva beffardamente Benn, «la politica è l’arte di cercare problemi, esistenti o meno, analizzarli erroneamente e applicarvi il rimedio sbagliato»

L’esito del referendum ricorda l’aforisma di Ernest Benn, liberale inglese. Talvolta, diceva beffardamente Benn, «la politica è l’arte di cercare problemi, esistenti o meno, analizzarli erroneamente e applicarvi il rimedio sbagliato». Chi si è opposto alla separazione delle carriere dei magistrati ha rappresentato in forma concreta questo famoso aforisma. Non si è votato sulla possibilità di cancellare un residuo fascista, di allineare l’ordinamento giudiziario a quelli del mondo occidentale, di rafforzare l’identità liberale e democratica delle nostre istituzioni, di consolidare la fiducia dei cittadini di trovare un giudice veramente terzo ed imparziale semmai incappassero in un processo penale. Il movente del No è stata una petitio principii, in cui il principio sofistico è stato il sospetto della vocazione autoritaria del governo, trasfigurando il profilo dichiaratamente conservatore della sua leadership.

L’esito del referendum, oltre i suoi risultati specifici di merito, ne ha uno indiretto che riguarda un’altra questione: è il messaggio a tutte le parti politiche di abbandonare a tempo indeterminato l’idea che si possa cambiare la forma di governo, sebbene la proposta del premierato fosse già tecnicamente tramontata, con sollievo di tutti, non essendo la sua approvazione compatibile con il tempo residuo della legislatura. La proposta, infatti, era disorganica e, prevedendo il premio elettorale a chi pur in vantaggio di consensi sugli altri restasse comunque una minoranza, la riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, la limitazione alle Camere di formare maggioranze diverse durante la legislatura, che – di fatto – era l’imposizione agli eletti di un vincolo di mandato in violazione della opposta statuizione costituzionale, giustificava il dubbio che potesse essere portatrice di quella patologia della democrazia che Alexis de Tocqueville chiamò dittatura della maggioranza.

Lo stesso messaggio, a non perseguire cambiamenti istituzionali, d’altronde, era venuto già dal referendum del 2016 che bocciò la correzione della conclamata inefficienza del bipolarismo paritario cui si devono la lentezza dei processi decisionali e la mortificazione della sua funzione di garantire con la doppia lettura la migliore ponderazione delle leggi, perché il governo surroga la lentezza con i provvedimenti d’urgenza e comprime la doppia lettura con i voti di fiducia. Ma la necessità di un Governo e di un Parlamento entrambi stabili, autorevoli ed efficienti resta intatta ed attuale.

L’azione del governo, infatti, osservata in profondità nelle esperienze passate e recenti, se consente interventi circoscritti per tamponare i problemi, non consente mai soluzioni di lungo respiro per le criticità strutturali, il risanamento della finanza pubblica, la riduzione del debito, la tassazione più leggera, l’economia di mercato pienamente concorrenziale per il miglior uso delle risorse, la preservazione del welfare cui siamo abituati, la più solida difesa nazionale nel contesto delle alleanze internazionali a presidio della pace. Non è detto e scontato che questa situazione non si possa correggere senza l’opzione delle riforme costituzionali. La funzione dei governi appare minata non tanto o non solo dalla forma istituzionale, quanto da preminenti fattori politici.

Precisamente, la funzione di governo è condizionata dall’eterogeneità di coalizioni utili a prevalere elettoralmente ma non coese sulle strategie, perché le formazioni che le compongono sono divise per orientamenti internazionali, filosofie politiche e linee programmatiche. Così la scelta praticabile per cambiare questo stato delle cose torna alla legge elettorale. Di che tipo? Tale da disfare la rigidità delle coalizioni, quindi proporzionale, con sbarramento alto, per evitare la frammentazione dei gruppi politici, e con voto di preferenza, affinché siano gli elettori a scegliere i loro rappresentanti e non le oligarchie dei partiti. Saranno i gruppi parlamentari, con la più diretta investitura popolare, a formare i governi sulla base di coerenti convergenze programmatiche. E resteranno inalterate le prerogative del Capo dello Stato, sempre fino ad oggi esercitate con equilibrio per la gestione delle crisi.

Si può capire che una proposta simile susciti perplessità. La dialettica politica dei nostri giorni è fatta di nette contrapposizioni di giudizi, non di riflessioni argomentate. Ma se per un momento si dismettesse la pigrizia che sempre accompagna le contrapposizioni di principio e si desse uno sguardo alla realtà, si scoprirebbe la limpida verità di una storia trentennale: i vari Poli, Casa e Popolo delle libertà di centrodestra, l’Ulivo di centrosinistra, il binomio Partito Democratico e Italia dei Valori sono tutti naufragati per insanabili tensioni interne tra le loro componenti; tensioni che ci hanno propinato il governo sovranista giallo-verde e quello successivo giallo-rosso, entrambi scaturiti da disinvolti trasformismi di spezzoni delle coalizioni che si erano duramente fronteggiate elettoralmente. E l’attuale governo si esibisce in straordinari equilibrismi.

Errare è proprio della limitatezza degli uomini, ma perseverare nell’errore è diabolico. La prova regina che tutto ruoti attorno alle coalizioni viene proprio dall’esito del referendum. Il No ha vinto perché il voto non ha seguito rigidamente le appartenenze.

Privacy Policy Cookie Policy