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E ora i conti della sanità devono ripartire dai fatti: stop alle cattive gestioni

NICOLA ROSATO

L’operazione intacca il consenso elettorale? Hic Rhodus, hic salta. La politica espressione di una vera leadership, che ha una chiara visione dei fini, sa che non si può evitare l’impopolarità quando è in discussione il bene comune

Il disastro finanziario del servizio sanitario pugliese non può essere spiegato con l’insufficienza del finanziamento statale. L’insufficienza, che in qualche misura è innegabile, colpisce tutte le regioni, ma la Puglia registra, rispetto alle altre, un differenziale negativo di virtuosità che fa apparire l’argomento come una foglia di fico.

È da venti anni, coincidenti esattamente con i governi di centrosinistra, che i disavanzi sanitari si ripetono senza eccezioni, che la politica sanitaria fagocita con addizionali fiscali una buona fetta del reddito delle famiglie e sottrae, per pareggiare i costi esorbitanti dell’organizzazione sanitaria inefficiente, risorse destinabili ad altri fini di sviluppo economico e sociale della comunità regionale.

Per venti anni nelle nostre orecchie è risuonato il ritornello che tutto dipendesse dal piano sanitario del precedente governo di centrodestra, sebbene i fatti contraddicessero questa rozza vulgata e il buon senso, soverchiato, come direbbe Manzoni, dal senso comune suggerisse tutt’altro.

I fatti sono noti ma li ripetiamo. Il piano sanitario del centrodestra fu positivamente valutato da Nomisma e dal professor Veronesi, ministro del governo Amato. La sua attuazione consentì alla regione di portare nel 2004 in equilibrio i conti sanitari e di ridurre le addizionali fiscali. Chi, dato il tempo trascorso, ne dubitasse, può trovarne conferma in La Repubblica delle tasse (Rizzoli, 2011, pag. 98) di Luca Ricolfi. Scrive Ricolfi: «Quanto alla Puglia, … i conti della sanità che erano attivi nel 2004 sono sempre stati passivi durante la legislatura 2005-2010». Lo sono stati passivi anche dopo, ma Ricolfi non poteva saperlo. Ebbene, queste valutazioni ed analisi provenivano da soggetti che si riconoscevano e tuttora si riconoscono nell’area culturale di centrosinistra. Ad essi si aggiunse la Corte dei conti, che espresse un giudizio altrettanto positivo del piano sanitario 2002-2004.

Quanto al buon senso, cui il ritornello suonava stonato, in tutti questi anni ha rimuginato una domanda semplice: ammesso per assurdo che tutte le criticità derivassero dal piano sanitario di centrodestra, come mai in vent’anni non si sarebbero potuti riparare i guasti?

La verità è che la performance della sanità regionale è in chiaroscuro per quanto riguarda i livelli essenziali di assistenza – persistendo le liste d’attesa, le migrazioni in altre regioni per curarsi, il pagare di tasca propria una gran quantità di prestazioni di base – ma è nel buio totale per quanto riguarda i margini di recupero dell’efficienza clinica, inseparabile dalla efficacia e qualità clinica, e l’eliminazione degli sprechi che derivano da parassitismi, cattiva amministrazione, ritardi nell’innovazione delle strutture con ospedali festosamente inaugurati ma chiusi.

Ed è questo che distingue negativamente la Puglia dalle regioni ben amministrate per decenni, che possono far fronte più facilmente ad un relativo sottodimensionamento del fondo sanitario nazionale.

La questione del finanziamento pubblico sanitario va inquadrata nella crisi del welfare state che investe tutti i Paesi occidentali e, in modo più marcato, l’Italia gravata da un debito pubblico enorme che riduce i margini odi manovra della politica fiscale. La questione è talmente delicata che non tollera le posizioni demagogiche. I confronti internazionali, invocati come un mantra da analisi superficiali, non dicono tutto; sia perché non esistono parametri omogenei delle prestazioni di ciascun servizio sanitario, sia perché gli Stati attribuiscono ai beni meritevoli di tutela pubblica valori differenti.

L’Italia, per semplificare, spende da sempre meno per la sanità pubblica e più per le pensioni pubbliche rispetto ai Paesi coi quali ci confrontiamo, che fanno il contrario.

E se si guarda ai fondi sanitari attingendo i dati dall’Istat, dalle regioni e da altri enti governativi, l’andamento negli anni ci restituisce uno scenario che contraddice coloro che paventano una privatizzazione strisciante della tutela della salute. Dall’ultimo anno pre Covid ad oggi lo Stato ha aumentato il finanziamento per ogni cittadino (la quota capitaria del fondo sanitario nazionale) da 1.913 euro del 2019 a 2.255 euro del 2024 (+17.88%, a fronte di una inflazione del 17,60%). Nel 2025 la quota è salita a 2.316 euro (+2,69% sull’anno precedente a fronte del tasso di inflazione armonizzato dell’1,70%; ossia una quota capitaria incrementata una volta e mezza (+58%) rispetto all’inflazione. La Puglia non ne ha saputo trarre vantaggi, anzi sembrerebbe che la maggiore disponibilità finanziaria generi più disavanzo, perché non sono stati attivati congrui meccanismi di recupero della produttività.

Il Presidente Decaro, di fronte al disastro ereditato, ha lanciato un messaggio coretto: «Ora un rimedio definitivo», senza nascondere la testa nella sabbia del finanziamento insufficiente. La chiave di volta, il rimedio, è uno soltanto: la Puglia deve ridurre il suo differenziale di inefficienza rispetto alla media delle altre regioni; deve puntare alla completezza e alla qualità dei servizi, all’efficienza clinica ed amministrativa, alla riorganizzazione delle strutture di offerta che significa anche – con la saggezza di una terra di grande tradizione contadina – potare i rami secchi per rinvigorire la produttività della pianta.

L’operazione intacca il consenso elettorale? Hic Rhodus, hic salta. La politica espressione di una vera leadership, che ha una chiara visione dei fini, sa che non si può evitare l’impopolarità quando è in discussione il bene comune.

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