il commento
Iran e geopolitica, la libertà viene prima (di ogni formula)
Dal 1979 milioni di iraniani vivono sotto un sistema politico che reprime sistematicamente il dissenso. Proteste, rivolte, movimenti studenteschi e femminili quasi sempre soffocati nel sangue.
Chissà cosa pensò mio padre quando vide le forze alleate sbarcare a Taranto e attraversare i terreni che lambiscono la Statale 7 Appia quel lontano 9 settembre 1943. Proprio lì avvenne il primo scontro a fuoco contro i tedeschi. E chissà cosa pensò mia madre, allora una bambina di dieci anni a Castellaneta, quando assistette atterrita alla rappresaglia nazista contro i civili: oltre venti persone trucidate solo perché si erano incautamente riversate in strada per salutare l’arrivo delle truppe inglesi comandate dal generale George F. Hopkinson, che cadde proprio in quello scontro.
Se guardassimo quegli eventi con lo stesso sguardo giuridico e indignato con cui oggi molti commentatori giudicano ogni crisi internazionale, potremmo forse dire: è stato violato il diritto internazionale. Le truppe alleate non erano legittimate a intervenire. Non avevano ricevuto alcun mandato globale per sbarcare nel nostro Paese e ribaltare gli equilibri politici e militari del continente.
Potremmo anche aggiungere che dietro quell’intervento si muovevano interessi geopolitici ed economici. Che la guerra rappresentava per gli Stati Uniti una via d’uscita dalla grande crisi economica degli anni Trenta. Che lo sforzo bellico avrebbe rilanciato l’industria e la produzione. Che perfino il successivo Piano Marshall, celebrato come un gesto di solidarietà internazionale, serviva anche a consolidare mercati e alleanze strategiche.
Eppure, resta un fatto che nessuna analisi cinica può cancellare: da quell’intervento sono nati ottant’anni di libertà, di democrazia e di sviluppo. Da quel momento l’Italia ha potuto costruire istituzioni democratiche, crescere economicamente e sedersi tra le principali economie del mondo, fino a entrare stabilmente nel gruppo dei Paesi industrializzati del G7.
Peccato che grazie a quell’ordine internazionale, imperfetto ma fondato su democrazie liberali, l’Italia non sia finita dall’altra parte della cortina di ferro, nel blocco dominato dall’Unione Sovietica. Basta guardare cosa accadde sull’altra sponda dell’Adriatico per capire la differenza. Nel 1991 migliaia di albanesi arrivarono disperati a Bari a bordo della nave Vlora. Fuggivano da una dittatura comunista che per decenni aveva isolato e impoverito il Paese.
Per questo oggi colpisce il fervore con cui una parte dell’opinione pubblica occidentale invoca il diritto internazionale come se fosse una formula sacrale, intangibile, da difendere anche quando diventa lo scudo dietro cui si nascondono regimi autoritari. È curioso vedere quanto entusiasmo giuridico emerga proprio quando alla Casa Bianca siede un presidente che non piace. Come se il problema non fosse la libertà dei popoli ma l’identità politica di chi prende le decisioni.
La questione vera è molto più semplice e molto più scomoda: cosa pesa di più nella storia? L’inviolabilità astratta di un principio giuridico o il diritto concreto di milioni di persone a liberarsi dall’oppressione?
Dal 1979 milioni di iraniani vivono sotto un sistema politico che reprime sistematicamente il dissenso. Proteste, rivolte, movimenti studenteschi e femminili si sono succeduti per decenni, quasi sempre soffocati nel sangue. Durante una recente manifestazione a Firenze, l’attivista iraniana Leila Farahbakhsh ha posto una domanda semplice e brutale: «Dove eravate quando il regime uccideva quarantamila iraniani?».
È una domanda che non riguarda solo l’Iran. Riguarda la coscienza morale dell’Occidente.
Secondo Farahbakhsh, molti iraniani arrivano oggi a considerare inevitabile perfino un intervento esterno pur di porre fine a decenni di oppressione. «Abbiamo provato a combattere a mani nude — ha raccontato — ma il mondo è rimasto in silenzio mentre migliaia di manifestanti venivano uccisi». È la voce di chi non discute in un seminario universitario di diritto internazionale ma vive sulla propria pelle il prezzo della dittatura.
Ci sono momenti nella storia in cui persino le bombe che cadono dal cielo possono essere percepite come l’annuncio di una liberazione. Lo abbiamo visto anche in Europa nel secolo scorso. Lo hanno visto gli italiani nel 1943 e nel 1944. Lo hanno visto molti popoli che hanno vissuto sotto regimi totalitari.
Questo non significa glorificare la guerra, né trasformare ogni conflitto in una crociata morale. Significa però riconoscere che esistono situazioni in cui il richiamo rituale al diritto internazionale diventa un alibi per l’inazione.
E soprattutto significa evitare un altro equivoco pericoloso: trasformare questi conflitti in uno scontro di civiltà o di religioni. Non è così.
Molti musulmani che vivono in Europa o nei Paesi mediorientali guardano con speranza a qualsiasi cambiamento che possa aprire spazi di libertà. Non aspirano necessariamente a copiare il modello occidentale, con tutte le sue contraddizioni, il suo individualismo esasperato e la sua civiltà consumistica. Vogliono semplicemente poter vivere senza paura, esprimere le proprie idee, costruire il proprio futuro.
Forse il vero errore dell’Occidente è sempre stato quello di immaginare che la libertà coincida automaticamente con l’esportazione del proprio stile di vita. Non è così. Le società che escono da regimi autoritari cercano spesso strade diverse, radicate nella propria cultura e nella propria storia.
Ed è proprio nel dialogo con quelle esperienze che potremmo scoprire qualcosa anche su noi stessi. Potremmo imparare che la libertà non coincide necessariamente con il consumismo sfrenato o con il capitalismo come unico modello sociale possibile.
Ma tutto questo - il dialogo, il confronto, la costruzione di società diverse - può esistere solo se esiste una condizione preliminare: la libertà.