la riflessione
La Guerra in Medio Oriente, per ora poche certezze in un quadro di incognite
Dieci giorni dopo l’inizio del conflitto contro l’Iran non è ancora tempo di bilanci. È possibile, invece, mettere in fila ciò che sappiamo e cosa resta ancora incerto
Dieci giorni dopo l’inizio del conflitto contro l’Iran non è ancora tempo di bilanci. È possibile, invece, mettere in fila ciò che sappiamo e cosa resta ancora incerto.
Se intendiamo privilegiare la realtà, piuttosto che le urgenze morali o le pulsioni ideali, dobbiamo partire da una considerazione banale: la guerra c’è e a combatterla, contro uno dei regimi più illiberali e criminali del mondo, sono Paesi che appartengono al nostro sistema di alleanze. Ciò, d’altro canto, non significa che ci si trovi davanti a un intervento umanitario. Il conflitto non è stato iniziato per esportare la democrazia o per liberare un popolo oppresso. Se effetti di tal genere alla fine si produrranno, dovranno considerarsi conseguenze indirette. Le ragioni della guerra, infatti, vanno cercate altrove: contenere l’imperialismo di Teheran e amputarne la potenza militare.
Un secondo dato appare chiaro: il conflitto, almeno per ora, non implica un intervento sul terreno. Trump non lo ha escluso del tutto, ma sa bene che caduti americani lo porrebbero in rotta di collisione con il suo elettorato. E gli farebbero pagare un prezzo politico difficilmente sostenibile, in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Si intravede, inoltre, una divergenza strategica tra Israele e Stati Uniti, che precede il conflitto stesso. Gerusalemme punta a colpire il cuore del «politburo» clerico-militare iraniano. Washington potrebbe arrestarsi prima, se la pressione esercitata dall’alto permettesse una ricomposizione interna del regime. Alcuni vicini al Presidente evocano il precedente venezuelano: colpire la testa, lasciando in piedi il corpo dello Stato. Anche se la struttura del potere iraniano è assai diversa da quella che vi era in Venezuela prima dell’intervento, soprattutto per quel che concerne il rapporto tra religione e politica. Il pasdaran moderato, con ogni evidenza, è un ossimoro.
Ulteriore certezza: la situazione geopolitica del Golfo sta cambiando. La guerra scuote uno degli snodi nevralgici dell’energia mondiale. Missili e droni iraniani hanno già colpito obiettivi civili e installazioni militari nei Paesi vicini all’Iran. Con una mossa inconsueta, Teheran si è persino scusata di averlo fatto. Come mai? Nei bunker dell’establishment iraniano sanno bene quale prezzo rischia di avere questa escalation: sospingere gli Stati arabi verso una convergenza, diretta o indiretta, con Israele nella logica degli Accordi di Abramo. Da ultimo, c’è da considerare l’Europa. Politicamente e geopoliticamente resta ai margini. Non sono soltanto i rapporti di forza a relegarla in questa posizione; vi concorre anche una scelta di prudenza, se non di convenienza: non esporsi oltre misura in un conflitto dominato dagli Stati Uniti e dagli attori regionali. In tal senso, la strategia «integrata» adottata da Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia rafforza ancora la logica delle geometrie variabili come quella che guiderà l’Europa di domani.
Fin qui ciò che è il noto. Il quadro, però, resta pieno di incognite. Non sappiamo quanto il regime si sia indebolito né quali risorse conservi ancora. Non sappiamo se, nelle viscere dei suoi apparati, si muovano già reti clandestine o dinamiche d’intelligence in grado di accelerare una transizione. Né se le fratture possano spingersi fino a incrinare l’unità stessa dell’antica Persia, aprendo scenari di guerra civile o di balcanizzazione dello Stato. Non possiamo neppure escludere che il conflitto riapra varchi al terrorismo internazionale. Resta, infine, da vedere fino a che punto le altre grandi potenze rimarranno estranee al conflitto. I dispacci delle ultime ore indicano che Mosca e Pechino non sono rimaste alla finestra.
La fotografia, dunque, è ancora sfuocata. Chi vuole trinciare giudizi farà perciò bene ad attendere che le immagini diventino nitide: per realismo e per rispetto della verità.