il problema
Tanta crescita, poco sviluppo: così dal Sud continua la grande fuga dei giovani
Il Mezzogiorno, ormai da tempo, sta crescendo più del resto dell’Italia. E il dato non si ferma al Pil. Eppure, in un decennio il Sud ha smarrito 730mila giovani
Alla fine, lo hanno scoperto anche i grandi giornali del Nord. Il Mezzogiorno, ormai da tempo, sta crescendo più del resto dell’Italia. E il dato non si ferma al Pil, che nel quadriennio 2019-2023 con il 9% ha comunque doppiato quello registrato dal Paese. Esso trova conferma anche dall’analisi dello stato delle nuove filiere competitive, dalla bilancia dei pagamenti e dai dati sull’occupazione. Il gap infrastrutturale, poi, anche grazie al PNRR, non è più quello di un tempo. E l’implementazione di digitalizzazione e start up può considerarsi incoraggiante. Come sosteniamo da tempo, dunque, non si tratta di un ballon d’essai. Anche se esagerare non serve e, soprattutto, non serve tacere le fragilità del fenomeno.
Tra queste ve ne è una che s’impone per rilevanza sia economica che, diciamo così, antropologica. I figli del Mezzogiorno non sembrano credere nella sua crescita, nonostante tra il 2019 e il 2024, centomila under 35 in più abbiano trovato un’occupazione. Lo attestano due dati, più severi di ogni commento: in un decennio il Sud ha smarrito 730 mila giovani. Non soltanto per il crollo delle nascite, ma anche per un’emigrazione che continua a erodere il capitale umano più qualificato. Nel volgere di tre anni, infatti, 175 mila giovani - spesso laureati - hanno fatto la valigia e scelto altre latitudini. L’indagine “Cambiano i giovani, cambia il lavoro”, promossa dall’Osservatorio sulla crisi demografica della Fondazione Magna Carta assieme a WellMakers by BNP Paribas e Marsh Jointly, aiuta ora a comprendere le ragioni psicologiche di tanta disaffezione. Al Sud sei giovani su dieci non scorgono, nel domani, l’ombra rassicurante di un lavoro stabile. Oltre la metà considera il mercato poco incline al merito; sordo agli sforzi personali. Molti ritengono di aver completato l’università senza le armi decisive - dall’inglese alle tecnologie emergenti - per misurarsi su un piede di parità. La fotografia che fornisce l’inchiesta evidenzia una sfiducia diffusa in tutta la Penisola, ma che nel Sud appare più aspra; quasi stridente. La “locomotiva d’Italia”, insomma, avanza macinando risultati, ma tra i passeggeri, più d’uno guarda dal finestrino e non crede davvero che si arrivi a destinazione.
Non si tratta di un paradosso, ma della distanza sottile che separa la crescita dallo sviluppo. La crescita è determinata da investimenti sostenuti - anche grazie al PNRR -, da politiche pubbliche stabili, dall’evolversi dei modelli imprenditoriali praticati dai privati. Lo sviluppo inizia quando un venticinquenne scorge nel proprio lavoro non soltanto una semplice retribuzione, ma la promessa di una vita migliore: una casa, una famiglia, un orizzonte certo. Se questo passaggio non si compie, il Pil può anche salire ma la fiducia resta inchiodata al suolo.
Per questo, il Sud che cresce nei numeri ma si svuota di persone segnala un’opportunità che potrebbe svanire. Se, infatti, quasi la metà delle imprese lamenta di non trovare competenze adeguate, ciò significa che è in atto un corto circuito tra formazione e mercato sul quale si deve urgentemente intervenire. Troppi corsi di laurea non intercettano le esigenze reali del mondo del lavoro. In pochi edificano solidi ponti tra atenei, ITS, imprese e distretti dell’innovazione. E poi non basta compiacersi del fatto che le multinazionali sono approdate nel Meridione grazie al costo del lavoro competitivo. Occorre creare anche le condizioni affinché del loro arrivo possano approfittare i talenti della nostra terra. Prima di additare una presunta indolenza giovanile, dunque, sono gli educatori che dovrebbero mettersi in gioco incalzando, se del caso, da presso la politica. Perché la misura dello sviluppo meridionale e la certezza di una inversione di rotta, si trovano assai più nella convinzione delle nuove generazioni che nella prossima trimestrale di bilancio.