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La scelta di campo dell’Italia tra neutralità e Alleanza atlantica

michele donno

Passo successivo al piano Marshall fu il Trattato di Bruxelles del marzo 1948: si apriva così la stagione delle alleanze militari, provocando aspre divisioni fra occidentalisti e neutralisti

Passo successivo al piano Marshall fu il Trattato di Bruxelles del marzo 1948, un patto di autodifesa collettiva firmato da Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Si apriva così la stagione delle alleanze militari, provocando aspre divisioni fra occidentalisti e neutralisti: la linea di differenziazione fra queste posizioni stava nelle diverse valutazioni sulla realizzazione di un’Europa unita e indipendente.

Il Trattato di Bruxelles assumeva, secondo i socialdemocratici italiani, una duplice finalità: agiva da strumento di collaborazione economica e sociale e da accordo militare difensivo, che avrebbe impegnato i contraenti alla mutua assistenza, aumentando, tuttavia, l’attrito fra il blocco occidentale e quello orientale, con conseguenze negative soprattutto per gli italiani.

L’Italia, infatti, era vincolata dal Trattato di pace, con clausole restrittive del suo potenziale militare, e non era ancora membro dell’ONU, al cui statuto facevano riferimento gli articoli militari del Trattato di Bruxelles. I cinque paesi firmatari, quindi, per avere l’adesione dell’Italia, avrebbero dovuto impegnarsi a difendere le sue frontiere; l’alternativa per gli italiani era quella di condizionare la loro partecipazione a un’abolizione delle clausole militari del Trattato di pace e all’ammissione in seno all’ONU. Ma un riarmo italiano, concesso soltanto dagli occidentali, avrebbe contribuito ad aggravare la frattura fra l’est e l’ovest dell’Europa; e aderendo al Trattato di Bruxelles, l’Italia, poi, sarebbe stato il solo paese del blocco occidentale europeo a restare scoperto verso oriente, mentre gli altri cinque sarebbero stati protetti dalla Germania dell’ovest, presidiata dall’esercito americano.

Il Vicepresidente del Consiglio, Saragat, sosteneva, quindi, che da un punto di vista strategico, quel patto non avrebbe giovato all’Italia e la sua analisi era sostanzialmente condivisa da tutti i socialisti riformisti, i quali ribadivano che l’integrazione europea sarebbe dovuta partire prima di tutto da un «graduale processo di coordinamento economico»; solo in un secondo tempo si sarebbe potuti giungere a un’unione politica e militare, che avrebbe costituito il «tetto» della nuova Europa unita.

Nella Conferenza di Parigi dell’aprile 1948, i partiti socialisti dell’Europa “libera” approvarono una risoluzione nella quale il patto economico dei sedici paesi aderenti al piano Marshall (riuniti nell’Organizzazione europea per la cooperazione economica - OECE) e l’alleanza militare dei cinque paesi aderenti al Trattato di Bruxelles erano considerati strumenti efficaci per giungere all’unificazione dell’Europa occidentale, che avrebbe dovuto difendersi dalla «minaccia militare sovietica» ma anche dall’«imperialismo economico americano».

Il Ministro degli Esteri, Sforza, nell’ottobre 1948, in occasione della visita in Italia del segretario di Stato americano, Marshall, dichiarò l’intenzione di favorire «tutte le azioni dirette al raggiungimento di un’unione come il Patto occidentale» che, tuttavia, avrebbe dovuto «oltrepassare il ristretto piano militare per giungere a un più ampio piano di collaborazione economica… L’OECE avrebbe dovuto avere il suo fondamento nel Patto occidentale e superarlo». Sforza, inoltre, ribadiva che l’opinione pubblica era piuttosto contraria al Trattato di Bruxelles e il popolo italiano, alle prese con la ricostruzione economica, era «psicologicamente mal disposto a sentir parlare di questioni militari». Il Presidente del Consiglio, De Gasperi, dal canto suo, sosteneva la necessità di mantenersi in una condizione di «neutralità armata», che avrebbe consentito all’Italia di superare le limitazioni al riarmo, imposte dal Trattato di pace, attraverso accordi bilaterali con gli USA, sul modello di quelli sottoscritti dal governo americano con Grecia e Turchia (nell’ambito della “dottrina Truman”).

Saragat, invece, insisteva per una politica “terzaforzista” e di “apertura” verso i paesi europei del blocco sovietico in quanto, agli inizi del 1948, i socialdemocratici erano ancora convinti di poter frenare la politica espansionistica dell’Unione Sovietica «agendo» sulle popolazioni dei suoi paesi «satelliti»: la grande risorsa del regime staliniano era, secondo il Partito socialista dei lavoratori italiani, la «psicosi dell’accerchiamento», che i socialisti in Occidente dovevano «smascherare».

Ma la politica espansionistica sovietica del 1948 costrinse anche i socialisti riformisti italiani a considerare con più realismo la nuova fase dei rapporti internazionali. Il colpo di stato sovietico in Cecoslovacchia e l’annessione da parte comunista dei partiti socialisti dell’Europa orientale furono condannati dai partiti socialisti europei riuniti nel COMISCO, che espulse i partiti socialdemocratici di Cecoslovacchia, Bulgaria, Ungheria e Romania dopo la loro fusione con i partiti comunisti.

Le nuove dinamiche della politica internazionale portarono, dunque, ad abbandonare ogni strategia “terzaforzista” e all’adesione dell’Italia al Patto atlantico e alla NATO (aprile 1949), con la definitiva scelta del campo occidentale. L’Alleanza atlantica, che, a differenza del Trattato di Bruxelles, prevedeva un coinvolgimento militare diretto degli Stati Uniti, secondo Saragat, avrebbe garantito all’Italia una «difesa nazionale» e agli USA «quel coefficiente, di carattere forse più psicologico che strategico», per mantenere «inviolato» il proprio margine di sicurezza. Saragat riteneva, infatti, che proprio l’esistenza di un’Europa occidentale senza difesa, «terra di nessuno» e, quindi, soggetta al pericolo di finire sotto l’influenza sovietica, rappresentasse per gli Stati Uniti una costante minaccia, accrescendo il pericolo di una nuova guerra.

Sforza era convinto che la nascita di un blocco atlantico costituisse «la base della pace», che grazie a esso gli Stati Uniti non avrebbero assunto «iniziative di guerra» e che la bomba atomica avrebbe «distolto la Russia da iniziative avventate»; il Ministro degli Esteri italiano riteneva, «non per un senso di cinismo», che «le armi avrebbero contribuito a rafforzare la pace».

In seguito all’approvazione del Patto atlantico, la discussione sull’avvio del processo d’integrazione europea riprese nel 1950, con il dibattito sulla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (la CECA, nata nel 1951 e prima tappa di quel processo), quando gli europeisti accettarono di ripartire dall’Alleanza atlantica per la costruzione di un’Europa unita.

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