La riflessione
La «solitudine» di Davos ricordando Vienna 1815, Monaco ‘38 e Yalta ‘45
Tutti a Davos, sì. Tutti insieme, ma ognuno rigorosamente chiuso nella propria capsula pressurizzata di interessi. Nessuno schieramento, nessuna alleanza: solo posture
Tutti a Davos, sì. Tutti insieme, ma ognuno rigorosamente chiuso nella propria capsula pressurizzata di interessi. Una sfilata di solitudini ben stirate, allineate e coperte come in un addestramento militare. Nessuno schieramento, nessuna alleanza: solo posture. E il solito, tacito «vinca il migliore», che poi significa: vinca chi riesce a sorridere mentre pensa a tutt’altro. Partecipazione a pagamento, ovviamente.
Perché anche la solitudine, quando è di lusso, costa. La Torre di Babele? Roba da educande. Lì almeno si provava a costruire qualcosa, pur parlando lingue diverse.
Qui siamo già alla Cena delle beffe: i convitati si scambiano cortesie di superficie mentre sotto il tavolo si misurano i polpacci per capire chi colpire per primo. Niente alleanze, solo diabolica tattica. E neppure troppo raffinata. Parole senza suono. Visione zero.
Ognuno recita la propria parte con la convinzione stanca di un attore che sa che il pubblico se n’è già andato a casa. E allora a che serve vedersi in tanti, in questo appuntamento rituale del World Economic Forum? A cosa serve radunare mezzo pianeta se poi ciascuno pensa e agisce solo per le proprie «esigenze»? Specie ora, quando i grandi della Terra giocano a parlarsi senza parlarsi, a guardarsi senza vedersi, a minacciarsi senza dichiararlo.
Una fiera delle vanità dove molti, troppi, tengono il dito vicino a grilletto di armi che non hanno nulla di metaforico. Diplomazia ridotta a coreografia. Cooperazione ridotta a hashtag. Visione ridotta a PowerPoint. E allora torna in mente quel vecchio brindisi fiorentino, pronunciato con un sorriso che prometteva tempesta: «Chi non beve con me, peste lo colga». Perfetto.
A Davos funziona così: o sei dentro il cerchio, o sei fuori. O partecipi al rito, o diventi l’argomento del prossimo panel.
Ma a forza di brindare senza parlarsi davvero, si finisce per dimenticare perché ci si era seduti allo stesso tavolo. Il World Economic Forum nasceva per costruire ponti.
Ora sembra più un luogo dove si misurano le distanze, dove la solitudine dei potenti diventa spettacolo e l’assenza di una visione comune si traveste da inevitabile pragmatismo. Forse non serve un altro summit.
Forse servirebbe qualcuno che abbia il coraggio di dire qualcosa che non sia stato sterilizzato dal proprio staff comunicazione. Di appuntamenti con la Storia ne abbiamo avuti: Vienna 1815, Monaco 1938, Yalta 1945. E poi… beh, poi la Storia ha sempre presentato il conto. Puntuale.
A questo punto resta solo da chiedersi quale sarà il prossimo capitolo. Perché la Storia, quella vera, arriva quando meno te l’aspetti, senza badge al collo e senza bisogno di un pass VIP. E allora qualcuno proverà a dire che «non era il momento», che «serviva più dialogo», che «mancava la visione». Bah.