l'analisi
È vero, il Sud ha cambiato marcia ma ogni accelerata richiede un motore che tenga il ritmo
Per anni il Mezzogiorno è stato raccontato come il grande malato dell’economia italiana. Un’area strutturalmente in ritardo, incapace di agganciare le fasi espansive del Paese
Per anni il Mezzogiorno è stato raccontato come il grande malato dell’economia italiana. Un’area strutturalmente in ritardo, incapace di agganciare le fasi espansive del Paese e sempre più esposta nei momenti di crisi. Il Check-up Mezzogiorno 2025 di Confindustria e SRM propone un cambio di prospettiva che merita attenzione, ma soprattutto prudenza. Tra il 2019 e il 2024 il PIL del Sud è cresciuto del 7,7%, contro il 5,8% della media nazionale. Un dato che, letto in controluce rispetto agli ultimi decenni, segna una discontinuità statistica e simbolica: per la prima volta da tempo, il Mezzogiorno cresce più del resto del Paese. Non si tratta solo di un rimbalzo post-pandemico. Il report segnala anche un incremento dell’occupazione (+0,8%) superiore al dato medio italiano, un aumento del PIL pro capite – che raggiunge i 22 mila euro – e un attivismo imprenditoriale sostenuto da politiche pubbliche di dimensioni inedite. E tuttavia il divario resta: 22 mila euro pro capite sono ancora significativamente lontani dalla media nazionale. La distanza non è colmata, ma la direzione – almeno nei numeri – appare diversa. La domanda vera è un’altra: da dove arriva questa crescita?
Il report individua due leve principali: ZES Unica Mezzogiorno e PNRR. Nel solo 2025 sono state presentate oltre 10.400 domande di credito d’imposta (+52%), generando più di 7,3 miliardi di euro di investimenti. Le autorizzazioni uniche superano quota 1.000, con circa 6 miliardi di investimenti diretti e oltre 17 mila posti di lavoro creati. A questi si aggiungono gli oltre 110 mila progetti PNRR attivati al Sud. Sono numeri imponenti. E spiegano perché il Mezzogiorno abbia potuto cambiare passo. Ma pongono anche un interrogativo cruciale: quanto di questa crescita è strutturale e quanto è legato alla straordinarietà degli strumenti?
Il Sud sta beneficiando di una stagione irripetibile di risorse pubbliche concentrate territorialmente. La ZES Unica ha semplificato procedure e accorciato tempi amministrativi, mentre il PNRR ha riversato investimenti in infrastrutture, digitalizzazione, transizione energetica, rigenerazione urbana. È una spinta potente. Ma non infinita. La vera sfida, ora, è trasformare l’impulso in sistema. Perché il Mezzogiorno non può permettersi una crescita «a termine». Se gli investimenti generano filiere, se attraggono capitale privato stabile, se consolidano un tessuto industriale competitivo, allora il 7,7% sarà l’inizio di un ciclo. Se invece resteranno episodi isolati, il rischio è tornare a una dinamica di dipendenza dalla spesa pubblica straordinaria. C’è poi un elemento politico non secondario. La centralità del Sud nella crescita nazionale riapre una questione antica: il Mezzogiorno non è solo un tema di coesione sociale, ma una leva di sviluppo per l’intero Paese. Se cresce il Sud, cresce l’Italia. Ma questo implica continuità nelle politiche industriali, certezza normativa, stabilità fiscale. Le imprese investono dove percepiscono affidabilità nel tempo, non soltanto incentivi. Per territori come la Puglia, questi dati rappresentano una responsabilità oltre che un’opportunità. Le infrastrutture, la logistica, l’energia, l’innovazione tecnologica: tutto deve ora convergere verso un consolidamento produttivo che regga anche quando le misure straordinarie si ridurranno. Il Sud ha cambiato marcia, dice il report. È una notizia importante. Ma ogni cambio di marcia richiede un motore che tenga il ritmo. Il 7,7% è un segnale incoraggiante. La prova più difficile, però, comincia adesso: dimostrare che non si è trattato di una stagione eccezionale, ma dell’inizio di una nuova normalità economica per il Mezzogiorno.