La riflessione

Olimpiadi tutti i giorni ma l’aria di pace non contagia i potenti

Gino Dato

Milano e Cortina ci inebriano del bianco, mentre il calendario dei trionfi invita a fare i buoni, nel nome della pace, dell'amicizia e della concordia: si inaugura una nuova era di pace e fratellanza

E allora, Olimpiadi tutti i giorni? Belle immagini di esultanza e lacrime di gioia ad ogni ora? Furori che si placano?

Milano e Cortina ci inebriano del bianco, mentre il calendario dei trionfi invita a fare i buoni, nel nome della pace, dell'amicizia e della concordia: si inaugura una nuova era di pace e fratellanza. Ben venga una antica retorica che metta tutti d'accordo. Purtuttavia, accettandone lo spirito e gli intenti, non possiamo accontentarci degli allori olimpici, perché questioni gravi sussistono e avvelenano i nostri giorni in casa come nel consesso internazionale. E anche le vittorie dei nostri eroi non sono sufficienti a lenire le ferite e i sentimenti che vengono a noi dagli ultimi anni di patimenti.

Quanto questa riserva attraversi la mente della gente comune e generi perplessità non è chiaro ai potenti della Terra, distratti dall’infuriare delle tragedie correnti.

A ripercorrerle con attenzione, ci accorgiamo che le lacrime di gioia e di passione, le esultazioni per i traguardi conseguiti, fanno sperare ma non sono sufficienti. Il turbine internazionale non è ancora sopito, infuria e investe popoli e civiltà e tremendamente incide sulle cose interne. Ecco perché le soddisfazioni sono piccole parentesi, medicamenti premurosi che non sanano un corpo sociale più volte battuto e indebolito.

Le ferite del resto vengono da lontano, da una epidemia che ha lasciato poi spazio ai conflitti nell'Est dell'Europa e nel Mediterraneo, sparigliando alleanze e mettendo in risalto nuove sorprendenti figure della storia, che continuerà a parlare di loro, dei Putin e dei Trump, l'uno e l'altro imbozzolati nel loro solipsismo.

I giochi olimpici possono essere allora una panacea, possiamo invocarli anche a placare il dovere della memoria e a esercitare prove di cooperazione, ma non potranno ricondurre alla pace e addolcire gli spiriti belluini. Ben vengano anche le eccellenze femminili e le loro emblematiche vittorie, ma gli allori restano un bel sogno mentre a Kiev e a Gaza si continua a morire.

Il divieto per il casco dell'atleta Heraskevych, che ha sfidato il Cio brandendo il casco istoriato con i volti di compagni di squadra caduti sotto l'invasione dei russi, le stesse reazioni di fautori o oppositori fanno concludere che alla fine si sono contrapposti due stili di pensiero ma non è andato in scena un esercizio di pace. E comunque, mentre le immagini delle gare, anche le più leggiadre, obnubilano il pensiero, l'agenda delle notizie prioritarie non può negare l'altra faccia della medaglia, quella che continua a parlarci di una strage impunita.

Neanche la diplomazia riesce a far cessare la carneficina e si dibatte in nuovi orizzonti di alleanze e strategie che non sono altro che giochi sulla scacchiera geopolitica mondiale.

L'impressione è che l'eredità più tragica di questo primo quarto di secolo non venga percepita: il sacrificio delle nuove generazioni è in atto, la regia di una commedia di odi e violenze resta sullo sfondo delle scaramucce politologiche e del massacro di individui. Come in un ballo in cui si saggiano nuove amicizie i protagonisti del vecchio mondo provano nuove alleanze, mentre vanno alla deriva.

Fuori del nostro orizzonte, lontano, nebbioso, quello che si chiamava futuro consegna un reale privo di speranza e di un progetto di vita.

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