L'analisi

Le due anime della sinistra da sempre divisa tra riformisti e massimalisti

Michele Donno

Come è noto, la storia della sinistra italiana è segnata da questa eterna diatriba. Se pensiamo soltanto alla nostra storia repubblicana, sono trascorsi ottant’anni dalla scissione di palazzo Barberini del 1947 e nella sinistra italiana continua a prevalere, seppur in forme più sfumate e anacronistiche, una cultura politica massimalista

Ancora oggi assistiamo a un confronto/scontro fra massimalisti e riformisti nell’ambito della sinistra italiana e, in particolare, fra le file del Partito democratico. La minoranza cosiddetta riformista all’interno del PD è sul piede di guerra. Come è noto, la storia della sinistra italiana è segnata da questa eterna diatriba. Se pensiamo soltanto alla nostra storia repubblicana, sono trascorsi ottant’anni dalla scissione di palazzo Barberini del 1947 e nella sinistra italiana continua a prevalere, seppur in forme più sfumate e anacronistiche, una cultura politica massimalista.

Basterebbe riflettere su quello che, con una certa lungimiranza, Ignazio Silone, fra i protagonisti di quella scissione, scrisse, il 23 gennaio 1947, su «L’Umanità», quotidiano dei socialdemocratici: «Il marxismo è stato degradato nel PSIUP (Partito socialista italiano, ndr) da metodo di analisi realistica a magica formula di scongiuro e di esorcismo contro la tentazione della cultura… La vecchia malattia del socialismo italiano è la cronica infermità del massimalismo; il distacco fra l’intelligenza e la volontà; è una specie di schizofrenia che il socialismo italiano si porta nel sangue».

Nel 1947, dunque, i riformisti abbandonarono il Partito socialista, prima di tutto per non perdere il contatto con i ceti medi e borghesi, preoccupati dalla politica «frontista» e, quindi, massimalista di Nenni e della maggioranza dei socialisti. Saragat, Modigliani e compagni volevano evitare che il massimalismo prevalente nel PSI (reso più forte dalla stretta alleanza con il PCI di Togliatti e dal «mito sovietico» di Stalin dilagante fra le masse operaie) spingesse tutta la borghesia fra le braccia della Democrazia cristiana. La stessa cosa era accaduta con la scissione riformista del 1922: Turati e Matteotti si fecero espellere dal PSI (in cui continuavano a prevalere, anche dopo la scissione di Livorno e la nascita del PCI, posizioni antigovernative e antiborghesi) in un estremo tentativo di evitare che il massimalismo prevalente nel loro partito, trainato dal mito della «rivoluzione bolscevica» di Lenin, spaventando i ceti borghesi, li spingesse definitivamente fra le braccia del fascismo.

Contesti storici molto differenti, ovviamente, ma si tratta di un nodo politico che per la Sinistra italiana sembra essere sempre lo stesso: il rapporto con i ceti medi e cosiddetti moderati, a cui il massimalismo (al governo e nel sindacato) non piace (e non è mai piaciuto).

È evidente che anche oggi il problema per i riformisti, all’interno del PD, è di non perdere il contatto con i ceti medi, moderati (il cosiddetto «centro») che probabilmente si sono in parte allontanati dal centro-sinistra (non andando a votare o votando per il centro-destra) proprio perché non condividono un certo massimalismo prevalente nell’attuale cultura di governo del PD (e più in generale nel «campo largo») e nelle strategie sindacali della CGIL. In altre parole, a quei ceti medi «di centro», oggi, della sinistra non piacciono il sindacalismo piazzaiolo, una cultura di governo antagonista comunque e ad ogni costo, un certo antiamericanismo demagogico, un terzomondismo abbastanza ipocrita, una cultura ambientalista scollata dalle reali dinamiche economiche e produttive, oramai globalizzate.

Da più parti si avverte, quindi, la necessità di una «vera» svolta riformista e socialdemocratica nella sinistra italiana e nel PD, che sembrano aver perso una propria chiara identità, sempre che il PD ne abbia mai avuta una «nazionale», diversa cioè da quella originaria «veltroniana» che si ispirava ai democratici americani. Ed è proprio questo il punto: oggi la sinistra italiana dovrebbe riscoprire le proprie radici «nazionali» e recuperare, in particolare, quelle socialdemocratiche, che esistono (e sono robuste) e che riportano al riformismo di Turati, rilanciato, poi, in epoca repubblicana prima da Saragat e poi anche da Craxi.

In altre parole, oggi, quando si parla di socialdemocrazia o di riformismo socialista si pensa quasi automaticamente a Craxi e agli anni Ottanta, ma sarebbe opportuno tornare indietro, all’inizio della nostra storia nazionale, agli albori della Repubblica, quando la scissione di palazzo Barberini fu la vera occasione mancata per tutto il Partito socialista (che era ancora il primo partito della sinistra italiana con il 20 per cento ottenuto alle elezioni dell’Assemblea costituente) di sganciarsi, cioè, dai comunisti e di dare vita a un partito socialdemocratico alleato con la Democrazia cristiana: una grande coalizione fra socialdemocratici e cattolici (sul modello tedesco) che avrebbe potuto guidare la Ricostruzione italiana (sorretta dagli aiuti americani) fra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta. Occasione che, invece, colsero, dopo la scissione di palazzo Barberini, Saragat e il PSLI (favoriti, soprattutto, dalla stretta collaborazione e sintonia, nella gestione del piano di aiuti americano e delle prime fasi della Ricostruzione, fra il socialdemocratico Tremelloni e il liberale Einaudi e sostenuti dai socialisti francesi, dai laburisti inglesi, dai socialdemocratici tedeschi, con i quali si dibatteva anche di Stati Uniti d’Europa, da realizzare sotto la spinta del piano Marshall) ma che non fu condivisa da Nenni e dai due terzi dei socialisti i quali evidentemente decisero di «seguire le masse» (attratte dal mito sovietico), restando ancorati al PCI, per poi ricredersi e andare al governo con Moro nel 1963, di fatto con le stesse ragioni che avevano portato Saragat e il PSLI ad andare al governo con De Gasperi, sedici anni prima, nel 1947. Ma oramai per Nenni e il PSI era tardi: il treno per la costruzione di un grande partito socialdemocratico, protagonista della Ricostruzione italiana, era passato.

In conclusione, che cosa dovrebbero fare, oggi, i riformisti del PD? Sicuramente, scongiurare una nuova divisione, restando nel loro partito e cercando di condizionarne la maggioranza, e di diventare maggioranza. Non siamo più nel 1947 e meno che meno nel 1922. Dopo il fallimento del comunismo «realizzato» da Lenin e Stalin, il marxismo è ritornato nei libri di storia e di filosofia e magari, come scrisse Silone, adesso si verrà «tentati dalla cultura» e i più giovani potranno, ad esempio, ritornare, serenamente, a studiare quell’«umanesimo marxista» proprio dei socialisti riformisti italiani che vedevano nel raggiungimento della «coscienza di classe» la vera rivoluzione delle classi lavoratrici, per imparare, cioè, a sentirsi maggioranza e, quindi, attraverso la scheda elettorale, per diventare maggioranza, garantendo, poi, giustizia sociale e libertà per tutti, anche per i «nemici del popolo».

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