Il commento
Quando la notte non ci restituisce più i nostri figli
Ogni sabato sera, quando una porta si chiude piano e un figlio dice «torno presto», in molte case comincia una veglia silenziosa. Lo so perché sono madre. E so quali paure albergano nel cuore dei genitori quando la notte scivola avanti e il telefono resta muto
Ogni sabato sera, quando una porta si chiude piano e un figlio dice «torno presto», in molte case comincia una veglia silenziosa. Lo so perché sono madre. E so quali paure albergano nel cuore dei genitori quando la notte scivola avanti e il telefono resta muto. È una paura che non fa rumore, ma pesa nel silenzio denso delle case buie. È l’attesa di un rientro che diamo per scontato, perché nessun genitore dovrebbe mai contemplare l’idea che un figlio possa non tornare. E invece, ancora una volta, la cronaca ci restituisce nomi, volti, età. Giovani vite spezzate sulle strade pugliesi. Fratelli, sorelle, ragazzi poco più che maggiorenni. Un appuntamento giunto troppo in anticipo col destino, in un sabato qualsiasi trasformato per sempre in un prima e in un dopo.
Morti che arrivano di notte, come un colpo secco, e lasciano dietro un vuoto che non riguarda solo una famiglia, ma intere comunità. I numeri raccontano questa ferita con la freddezza delle statistiche. Ma dietro quei numeri ci sono storie che gridano, sogni spezzati, il futuro che evapora per sempre. In Puglia, ogni anno, circa duecento persone perdono la vita in incidenti stradali. È un dato che non arretra, che anzi torna a crescere. E dentro quel numero c’è una verità che fa ancora più male: una quota significativa delle vittime ha meno di trent’anni. La fascia 15-29 anni resta tra le più colpite.
Il fine settimana, le ore notturne, l’estate - soprattutto - che dovrebbe essere libertà e diventa rischio. Lo sappiamo. Lo sappiamo da anni. Eppure continuiamo a contarli. Sono morti forse evitabili. Non lo diciamo per assegnare colpe prima che vengano accertate, ma per assumerci una responsabilità collettiva. Perché quando una strada è dissestata, quando l’illuminazione manca, quando la segnaletica è invisibile, quando i controlli sono insufficienti, quando la prevenzione è lasciata alla buona volontà, allora quelle morti non sono solo fatalità. Sono il frutto di scelte rimandate, di investimenti mai fatti, di una cultura della sicurezza che fatica a diventare cultura della vita. Ogni sabato sera è come un rubinetto rotto: goccia dopo goccia porta via speranze, sogni, futuro. Diluisce quelle vite mancate in un mare di dolore che non si cheta mai. In questi pochi mesi, dall’estate a oggi, le strade di Puglia si son portati via una classe intera. Una classe di ragazzi che non crescerà, non diventerà adulta, non accarezzerà un figlio. E se oggi facessimo l’appello di quei ragazzi, uno a uno, sentiremmo solo il silenzio: Rita, Antonio, Cecilia, Andrea, Gianvito, Denise, Ilaria. Nessuno risponderà più «presente!».
C’è un dettaglio che fa ancora più male: non esiste una parola per definire un genitore che sopravvive a un figlio. La lingua, come l’umanità, si ferma davanti a questo strappo. Non c’è nome, perché non dovrebbe esistere quella condizione. Non è contemplata dall’animo umano. Inverte il paradigma della vita. Restano madri e padri sospesi, famiglie mutilate, comunità che improvvisamente si scoprono più povere. Investire sulla sicurezza delle strade non è una questione tecnica, è una scelta etica. Manutenzione, illuminazione, segnaletica, controlli: non sono capitoli di bilancio, sono presidi di vita. Così come lo sono l’educazione alla prudenza, la prevenzione tra i giovani, una narrazione diversa della guida, che insegni che rallentare non è da deboli, che restare sobri non fa meno «fighi», che tornare a casa è l’unico vero traguardo a cui tendere.
Non possiamo accettare che morire a vent’anni diventi una riga ricorrente nei titoli di giornale dei nostri fine settimana. Non possiamo rassegnarci a questo stillicidio di futuro. Perché ogni figlio che non torna a casa, ogni sorella, ogni fratello, ogni amico non lascia solo una sedia vuota a tavola: lascia una comunità più fragile, più ferita, più sola. E allora fermiamoci. Guardiamo in faccia questo dolore. Guardiamolo tutti: chi guida, chi decide, chi amministra, chi educa. Fermiamoci prima che sia di nuovo sabato sera. Prima che un’altra porta si chiuda piano. Prima che un altro telefono squilli nel cuore della notte. Perché la sicurezza non è un limite alla libertà: è l’unico modo che abbiamo per difendere la vita.