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Orientare i futuri diplomati significa programmare l’economia del sistema Paese

Domenico Santoro

La scelta della scuola superiore non definisce un destino, ma è il primo passo di un progetto personale. Richiede consapevolezza, conoscenza delle opportunità, partecipazione agli open day, confronto con docenti e orientatori

Secondo le previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia 2025–2029 elaborate da Unioncamere e Ministero del Lavoro nell’ambito del Sistema Informativo Excelsior, entro il 2029 le imprese italiane richiederanno tra 3,3 e 3,7 milioni di nuovi lavoratori. La domanda riguarderà in larga parte profili tecnici: il 45-46% del fabbisogno sarà coperto da diplomati degli istituti tecnici e professionali, mentre il 4% delle posizioni richiederà un diploma liceale. Il resto sarà destinato a laureati e a profili con formazione inferiore al diploma.

A questo si aggiungono le competenze richieste: oltre due milioni di lavoratori dovranno possedere skill digitali e circa 2,4 milioni competenze green. È un quadro che parla con chiarezza e che dovrebbe orientare seriamente le scelte scolastiche delle famiglie.

In questo contesto, la scelta della scuola superiore diventa uno dei passaggi più delicati dell’intero percorso formativo. Dal 13 gennaio al 14 febbraio si aprono le iscrizioni online, un periodo in cui si concentrano attese, preoccupazioni e speranze. Nonostante la possibilità di cambiare indirizzo esista, si tratta comunque di una decisione impegnativa, spesso vissuta con un carico emotivo eccessivo. È importante ricordare che l’orientamento non è un atto burocratico, ma un processo educativo: dovrebbe aiutare a compiere una scelta coerente con attitudini, capacità e talenti, passando attraverso autoconoscenza, informazione e decisione consapevole.

Negli ultimi anni questo meccanismo si è incrinato: sembra che le scelte dipendano sempre più dalle ambizioni delle famiglie che non dalle reali aspirazioni e attitudini dei ragazzi. L’idea che il liceo sia un marchio di prestigio sociale, la scorciatoia per un futuro migliore, continua ad avere un peso sproporzionato. Si finisce per confondere cultura e istruzione. La prima è un percorso personale e continuo che riguarda il pensiero e lo sguardo sul mondo; la seconda è un insieme di competenze e saperi che devono trovare riscontro nella realtà. La cultura non si certifica, l’istruzione sì. E un uomo istruito non è necessariamente un uomo colto. La scuola può formare, ma non può supplire alla mancanza di un percorso culturale personale.

Nel frattempo, il mercato del lavoro racconta una storia opposta rispetto alle aspettative delle famiglie. Cresce il disallineamento tra domanda e offerta: mancano tecnici, progettisti, operatori ICT, manutentori specializzati, figure legate all’energia, alla sostenibilità, alla logistica e all’industria. Le imprese faticano a reperire personale qualificato, mentre molti giovani, dopo percorsi poco aderenti alle richieste reali del territorio, sono costretti a emigrare. Le scuole e le università continuano spesso a formare competenze che il sistema produttivo non riesce ad assorbire, generando una duplice frattura: territori impoveriti e capitale umano disperso.

Questa deriva non nasce oggi. Dagli anni Sessanta si è fatta strada l’idea che rendere il sistema più «inclusivo» significasse abbassare il livello delle certificazioni. Si è smarrito il valore del merito, confondendo l’uguaglianza delle opportunità con l’appiattimento delle competenze. Invece di sostenere chi aveva meno, permettendogli di puntare in alto, si è creato un sistema in cui la mediocrità è diventata la norma, mentre chi aveva la possibilità di intraprendere percorsi più solidi e onerosi continuava a risultare avvantaggiato. Le riforme del primo Novecento avevano permesso l’emancipazione sociale di intere generazioni; oggi, spesso, avviene il contrario.

Viviamo così un paradosso: le famiglie chiedono alla scuola una garanzia sociale che la scuola non può più dare. Scegliere il liceo come strategia per «rimandare la decisione» all’università può sembrare prudente, ma è una scelta spesso scollegata dal mondo reale. Non solo non risponde alle richieste delle imprese, ma svuota i territori delle figure professionali necessarie. Così la scuola, anziché essere leva di sviluppo, rischia di diventare acceleratore della crisi.

Eppure licei, tecnici e professionali non sono tre gradini di una scala, ma tre strade con pari dignità. La differenza non è nella qualità, ma nel tipo di competenze che promuovono. I licei sono ideali per chi ama lo studio teorico e intende proseguire all’università; gli istituti tecnici integrano teoria e laboratori, offrendo sbocchi solidi e moderni; i professionali valorizzano abilità operative e consentono comunque di proseguire gli studi. La ricchezza del sistema sta proprio nella diversità dei percorsi, non nella loro gerarchia.

Per uscire dalle distorsioni attuali occorre una responsabilità condivisa. La scuola deve garantire un orientamento reale e personalizzato; la famiglia deve ascoltare più che dirigere, aiutando i ragazzi a riconoscere le proprie inclinazioni; gli studenti devono essere protagonisti della scelta; le imprese devono dialogare con il sistema formativo indicando fabbisogni, prospettive e competenze richieste. Solo così l’orientamento diventa un percorso informato e non un salto nel buio.

La scelta della scuola superiore non definisce un destino, ma è il primo passo di un progetto personale. Richiede consapevolezza, conoscenza delle opportunità, partecipazione agli open day, confronto con docenti e orientatori, capacità di guardare senza pregiudizi l’intera offerta formativa. Tra il 13 gennaio e il 14 febbraio, alle famiglie è richiesto un gesto maturo: non inseguire lo status, ma scegliere il percorso giusto per la persona che quel ragazzo è e potrà diventare. È così che si costruisce davvero il futuro.

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