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Gaza e le sue macerie, il valico di Rafah non riapre il futuro
Chi sostiene che Trump abbia portato la pace in Medioriente dovrebbe documentarsi. Si è solo mitigata la mattanza
La musica e le immagini vincono il silenzio e l’oblio. La ballata n.1 in Sol minore opera 23 di Chopin, in una tarda serata della TV italiana, dedicata al Giorno della Memoria, ha reso eterno l’orrore dell’olocausto nazista a danno degli ebrei di Varsavia. La storia del pianista polacco Szpilmann, una storia vera e autobiografica, raccontata dal regista Roman Polanski, senza enfasi, né bugie, trascina nella tragedia del ghetto di quella straordinaria città. Quel film ha ottenuto la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2002 e tre Oscar, l’anno successivo.
Il ghetto totalmente in macerie, nella trasposizione dei nostri giorni, evoca Gaza. In uno scenario di morte, fino all’ultimo, anche oggi, prevale la capacità di sopravvivere, cercando il proprio destino, benchè ad un prezzo smisurato. Il confronto arriva immediato nelle differenze dei luoghi, delle situazioni e del tempo. Le immagini sembrano le stesse: il grigio dei palazzi sventrati, la polvere. Lo scorrere degli anni, tuttavia, ha fatto chiarezza sulla geopolitica di allora, nella sconfitta del disegno nazista, alla ricerca di una qualche giustizia di fronte alle responsabilità e agli accordi sottobanco dei potenti, che hanno comunque riscritto i confini dell’Europa. Non vale per Gaza. È troppo presto? Probabilmente, considerato peraltro che il disegno egemonico sul Medioriente, perseguito da Israele, ma oggi a guida americana, conta troppi attori sulla scena con interessi contrapposti ed è tuttora in corso. Al momento, possiamo essere solo testimoni dell’orrore che si rinnova.
La situazione rimane confusa. Dopo gli accordi per la tregua, imposti nell’ottobre scorso dall’Amministrazione Trump a Israele, è calato il silenzio. È difficilissimo reperire notizie di fonti attendibili, contrastate da un potente macchina della propaganda, (vuoto di fonti indipendenti, cui è negato l’accesso ai luoghi, mentre pare che si stiano cancellando molti file compromettenti dai social) che sforna a getto continuo fake, arrivando ai deepfake (notizie e immagini completamente fasulle su episodi costruiti ad arte o avvenuti altrove) nell’unica certezza, che la tregua viene violata sistematicamente, mentre le condizioni degli abitanti di Gaza, della Cisgiordania e dei prigionieri palestinesi, rinchiusi nelle celle israeliane senza processo, restano disumane. L’elenco soprattutto delle vittime civili, che aveva già superato le 71 mila unità, sotto gli attacchi dell’IDF (l’esercito israeliano), seguiti al pogrom dei miliziani di Hamas dell’autunno del 2023 sul territorio di Israele, in meno di «tre mesi di pace» ne somma altre cinquecento, tra cui molti bambini.
Non è chiara neanche la prospettiva che si annuncia in un anno di elezioni politiche, come quello appena cominciato, sia per il governo di Netanyahu, sia per l’appuntamento di medio termine di Trump. La riapertura del valico di Rafah, la più importante via di entrata e di uscita di merci e persone da Gaza per l’Egitto, nella mattina di domenica, per ora resta un esperimento. Gli accordi sulla tregua ne prevedevano l’accesso già tre mesi fa, ma il valico era rimasto chiuso dalla metà del 2024, con tonnellate di derrate alimentari che marcivano nei piazzali, mentre i palestinesi morivano di fame. Oggi, il traffico riprende, ma è condizionato: si entra, non si esce e potranno utilizzarlo solo i residenti di Gaza. Si calcola che i palestinesi desiderosi di tornare a casa potrebbero arrivare fino a 80 mila, mentre sarebbero più di 20 mila coloro che sperano di uscirne per accedere alle cure mediche, che a Gaza mancano. In ogni caso, salvo nuove disposizioni, il numero quotidiano dei transiti sarà contingentato al ribasso. Di quanto, si vedrà. Molte tra le organizzazioni non governative, tra le più importanti come Medici senza Frontiere, per ora non passeranno, né passeranno i loro camion carichi di presidi sanitari e attrezzature indispensabili ai campi di accolta: la ONG si è rifiutata di fornire agli israeliani l’elenco dei propri collaboratori per evitare di esporli a rappresaglie. Ne stanno pagando il prezzo. Va ricordato che i cooperanti (anche medici) e i giornalisti hanno fatto da bersaglio agli attacchi dell’esercito di Tel Avi a decine. Rimarranno sotto osservazione anche gli operatori dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce assistenza, protezione e aiuti ai palestinesi, accusata dal governo fondamentalista di Netanyahu di essere vicina ad Hamas, ma il cui mandato è stato rinnovato a larga maggioranza dall’Assemblea dell’Onu, nello scorso dicembre. La lettura di Olga Cherevko, portavoce dell’OCHA, (coordinamento Onu per i diritti umani): «Si sta facendo tutto il possibile, ma i bisogni sono diventati immensi. Non si muore più di fame a Gaza, eppure i bambini non ce la fanno a causa dell’ipotermia e delle infezioni. Le tende sono state stracciate dal vento e non riparano più dal freddo e dalla pioggia. Le donne sono le più colpite per mancanza di igiene, cure e sicurezza. I feriti sono troppi. A Gaza non esiste alcun luogo sicuro dove rifugiarsi. Bisogna fare presto».
In proposito, la BBC ha circostanziato una denuncia: la cosiddetta «Linea Gialla» ovvero il confine che si è dato Israele per la tregua, facendo arretrare le sue truppe dopo l’occupazione della Striscia, (il 60 per cento del territorio resta però sotto il suo controllo) cambia di continuo. Lo hanno definito «espediente di ingegneria territoriale». Nella sostanza, come dimostrerebbero le immagini satellitari, i blocchi gialli, pietre miliari per la vita o per la morte, vengono spostati verso l’interno, senza darlo a vedere e guadagnano decine di metri per volta. Chi pensava di stare in una zona sicura è perduto. È capitato a due ragazzini, rispettivamente di 10 e 11 anni, a novembre, usciti per raccogliere la legna, uccisi dai soldati israeliani sul posto; mentre il 19 gennaio, sono morti almeno 6 palestinesi, invitati ad un matrimonio, previsto al di qua di una striscia, che nel frattempo si era spostata.
Ci sono altri casi analoghi. Proprio nel sabato appena trascorso le vittime sono arrivate a 30. Chi sostiene che Trump abbia portato la pace in Medioriente dovrebbe documentarsi. Si è solo mitigata la mattanza.
Non basta. Dinanzi alle violenze che hanno preso a bersaglio: migranti, manifestanti, giornalisti e oppositori, anche alle latitudini occidentali, dovremmo prendere atto che il valore della vita corre oramai sui binari di un doppio standard? È evidente, eppure sembrano accorgersene in pochi. Almeno, così appare, come appariva ai tempi del pianista di Roman Polanski. Si disse e diciamo: «Mai più». Perché il valore del Giorno della Memoria non torna ad essere più profondo? Nel breve periodo intanto, tocca leggere il copione di questa fase-due della tregua, che non decolla.
Trump ha istituito a pagamento il Board of Peace (un miliardo di dollari per entrarci, su invito del tycoon, presidente a vita) vale a dire un coordinamento per la pace, formato da una quindicina di paesi, da cui dipenderà il National Committeee for Administration of Gaza ( NCAG) formato da cosiddetti «tecnocrati palestinesi» ovvero persone estranee ad appartenenze politiche, in corso di composizione. Si aggiungeranno tre esponenti turchi, egiziani e qatarini. Al gruppo sarebbero affidati gli affari correnti e l’ordine pubblico. Prima domanda: con quali mezzi? Seconda: con quale autonomia? Terza: sulla base di quali garanzie, in un territorio, tuttora controllato dall’esercito israeliano, oltre che da bande criminali prezzolate e da ciò che resta di Hamas? Le componenti oltranziste del governo di Netanyahu escludono del tutto l’ipotesi. Potrebbe esserci un’altra linea politica, gradita ad Israele: realizzare «l’occupazione legittima e perpetua di Gaza». Obiettivo – si dirà -già in essere, ma che sarebbe ingestibile nel tempo, che condannerebbe il Paese all’instabilità, che risulterebbe intollerabile per i Palestinesi e che provocherebbe la sconfitta del diritto internazionale. Lo scenario, dunque, resta in movimento. Il rischio di altre guerre è in agguato, a cominciare dal possibile attacco americano all’Iran, con il supporto dell’intelligence e dei mezzi israeliani già sul territorio, come suggeriscono gli incontri intervenuti intanto a Washington. In vista delle elezioni del prossimo autunno in Israele prima e negli Stati Uniti poi, allora, la pace potrebbe rimane al palo. Del resto, la pace non si coniuga con la buona politica? Sull’orizzonte, tutto appare sbiadito.