il commento

Dalla Giustizia svizzera un oltraggio al diritto e alle vittime di Crans-Montana

Francesco Giorgino

Il destino ha voluto che nelle ultime ore si diffondessero ben cinque notizie sulla tragedia di Crans Montana. La quinta notizia ha a che fare con la scarcerazione di Jacques Moretti, accusato insieme a sua moglie della strage di capodanno

Il destino ha voluto che nelle ultime ore si diffondessero ben cinque notizie sulla tragedia di Crans Montana. La prima è relativa alle dimissioni di alcuni ragazzi ricoverati al Niguarda di Milano, ospedale italiano d’eccellenza che ha svolto e svolge un ruolo essenziale in quest’emergenza. Forse tra un paio di settimane essi potranno tornare a scuola. La seconda notizia riguarda il risveglio dal coma della quindicenne Elsa Rubino, ricoverata a Zurigo dal primo gennaio. Ha aperto gli occhi e riconosciuto i suoi genitori, provocando in loro e in tutti noi una grande emozione.

Due buone notizie, dunque. La terza riguarda la scelta di una ragazza di 29 anni, Eleonora Palmieri, di mostrare a tutti sui social il volto ustionato per raccontare la propria storia e ringraziare il fidanzato che l’ha salvata e l’ha assistita insieme con la sua famiglia in queste settimane di ansia e preoccupazione. La quarta notizia racconta un particolare importante e inedito: il soffitto si stava incendiando, ma il personale non si era accorto delle fiamme e, infatti, la festa è proseguita come se nulla fosse. La scena è ripresa in un video inedito acquisito agli atti delle indagini. Stiamo parlando di almeno trenta-trentacinque secondi che potevano essere preziosi per lanciare l’allarme e salvare vite umane.

La quinta notizia, infine, ha a che fare con la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario del locale Constellation e accusato insieme a sua moglie della strage di capodanno. Strage che ha causato la morte di quaranta persone (gran parte delle quali giovanissime) e il ferimento di più di cento ragazzi. Moretti ha pagato una cauzione ed è uscito dal carcere. Ha potuto beneficiare di una valutazione benevola dei giudici svizzeri che non hanno ravveduto il rischio di fuga dell’imprenditore. Moretti verrà sottoposto alle stesse misure previste per la moglie: divieto di espatrio, obbligo di firma e ritiro dei documenti.

È su quest’ultima notizia che vale la pena di concentrarsi non solo per esprimere un’opinione che non può non essere ispirata da un sentimento di sincera e profonda indignazione, ma anche per sviluppare un ragionamento sulla reale funzione della giustizia in un Paese democratico. La questione va affrontata, considerando almeno tre profili, destinati ad intrecciarsi l’uno con l’altro: il motivo per cui di fronte all’accertamento delle responsabilità penali di un fatto di cronaca enorme come questo la reclusione diventa indispensabile; l’esigenza di tenere in evidenza le ragioni delle parti offese, ovvero delle vittime dei reati (ragioni oggettive in questa vicenda); il ruolo effettivo che il sistema giudiziario espleta nel rapporto con le opinioni pubbliche e la necessità di non compromettere la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Un tema quest’ultimo che rileva anche in ottica di implementazione della percezione complessiva di giustizia e sicurezza, come del resto dimostra il dibattito presente nel discorso pubblico italiano su molti episodi di cronaca.

Giustamente la premier Giorgia Meloni ha dichiarato a caldo: «considero la decisione della magistratura svizzera un oltraggio alla memoria delle vittime e un insulto alle loro famiglie», annunciando già venerdì sera che il governo chiederà conto alle autorità elvetiche della scarcerazione di Moretti. Bene ha fatto la Farnesina, su input del Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri, a richiamare a Roma l’ambasciatore italiano in Svizzera Lorenzo Cornado per consultazioni urgenti. Meloni e Tajani, che ieri hanno parlato di «ferita inferta alle famiglie delle vittime», hanno già incaricato l’ambasciatore di prendere contatto con la procuratrice generale del Canton Vallese Beatrice Pilloud per rappresentarle la viva indignazione del governo e dell’Italia a seguito della scarcerazione decisa dal Tribunale delle misure coercitive di Sion, nonostante l’estrema gravità del reato di cui è imputato Moretti e nonostante le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico. Tutti elementi che in Italia indurrebbero la magistratura a decidere, senza se e senza ma, in direzione della carcerazione preventiva.

Il padre di uno dei ragazzi feriti al Niguarda, Manfredi Marcucci, ha raccontato (anche a nome di altri genitori) di provare un senso di frustrazione per la decisione della magistratura svizzera, evidenziando che la cauzione doveva essere molto più alta se si voleva veramente che il carcere proseguisse. Apprezzamento, invece, è stato manifestato per l’iniziativa del nostro governo. Il presidente della Confederazione elvetica Guy Parmellin, che pure ha incontrato i familiari delle vittime, ha affermato che «bisogna rispettare la separazione dei poteri» e che «la politica non deve interferire con la giustizia». Argomentazione molto debole e per nulla rassicurante.

Premesso che i due ordinamenti giuridici funzionano in modo diverso, è legittimo chiedersi quale sia la funzione della giustizia? Accenniamo una risposta a questa domanda complessa. La funzione della giustizia non può che essere quella di garantire l’accertamento della verità e l’ordine sociale, applicando le leggi in vigore, tutelando i diritti dei cittadini e facendo in modo che ciascuno adempia al proprio dovere. È evidente che nel caso della strage di Crans Montana il diritto alla sicurezza di chi frequentava quella maledetta notte il bar-discoteca della località sciistica svizzera non è stato garantito per la mancanza di controlli e per la mancata realizzazione di interventi finalizzati a prevenire incidenti di questa natura e di questa portata. Il dovere al rispetto delle regole non è stato adempiuto né dai proprietari del locale, né dalle autorità amministrative di Crans Montana. Parimenti, nessuno nel Paese elvetico ha avuto il buon senso di considerare quanto fosse necessario inviare alla comunità internazionale, senza alcuna esitazione, un messaggio di netta condanna di quanto accaduto, intraprendendo azioni che avessero un valore simbolico, oltre che sostanziale.

C’è una dimensione etica da considerare, oltre che giuridica in senso stretto. E la dimensione etica non è compatibile con lo sfruttamento a vantaggio dell’imputato (o dell’indagato) di elementi tecnici come i cavilli, peraltro frutto di dinamiche interpretative di matrice soggettiva. Essa ha bisogno di poggiarsi su concetti semplici e diretti: chi ha sbagliato deve pagare, anche con il carcere.

È qui che si inserisce il tema della funzione della pena, che nella nostra Costituzione viene collocata nell’alveo della rieducazione, della possibilità di cambiamento di rotta della propria condotta esistenziale rispetto al passato e del pagamento del debito che, con l’azione criminosa, si contrae con la collettività, in quanto primo segno di ravvedimento.

In ballo non c’è il desiderio di vendetta, ma la possibilità di accogliere la domanda di giustizia che proviene dalla società, custodendo nella mente e nel cuore il dolore atroce delle famiglie coinvolte in questa terribile vicenda. La differenza tra vendetta e giustizia è chiara ed interpella tutti noi sia il piano della forma, sia quello della sostanza. La punizione non deve essere fine a sé stessa, ma deve assurgere a messaggio chiaro per tutti, facendo in modo che l’autore del reato venga messo in condizione di reinserirsi socialmente, riducendo le recidive e stimolando il rispetto delle regole. Nella fattispecie, gli unici messaggi che sono passati sono i seguenti: avidità e voglia di guadagno legittimano ogni comportamento, persino quelle condotte in grado di causare la morte e il ferimento di decine di persone; la disponibilità di danaro, le buone amicizie e qualche aiuto giusto ti possono collocare al di sopra della legge, rendendoti quasi invulnerabile e neutralizzando l’azione che, invece, dovrebbe svolgere la giustizia. Messaggi che fanno a pugni con la disperazione di padri e madri delle giovanissime vittime. Genitori che d’ora in poi non vivranno più, dovendosi accontentare, al più, di sopravvivere. La perdita di un figlio o di una figlia è un fatto inaccettabile, a maggior ragione quando sai che lui o lei non hanno alcuna responsabilità, non avendo commesso alcuna imprudenza o leggerezza. Messaggi che suonano anche come uno schiaffo in faccia a chi sta lottando tra la vita e la morte e a chi, tra i feriti, trascorrerà il prosieguo dell’esistenza con un macigno nel cuore per quanto accaduto, dovendo convivere molto probabilmente con danni permanenti. Le autorità svizzere farebbero bene ad ascoltare il nostro Paese e a comprendere qual è il vero significato della parola «giustizia».

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