politica

Giorgia Meloni e la voglia di empatia: quanto conta il dialogo nella scena internazionale

Francesco Giorgino

Quando questo «sentire comune, «questo «immedesimarsi uno con l’altro» fa da cornice agli incontri tra primi ministri, il rapporto che si riesce a creare a livello personale diventa lo strumento più performante

Considerando il modo in cui il tema si è evoluto dall’antichità ad oggi, possiamo dire che nei processi di strutturazione delle leadership politiche, a livello nazionale e internazionale, da sempre sono presenti alcuni elementi. Tra essi spiccano i valori culturali, la visione strategica, la resilienza alle avversità, la capacità di guidare gli altri senza ricercare solo il successo personale, ma puntando al benessere collettivo e agli interessi del Paese che si rappresenta. In qualche caso agli ingredienti appena elencati se ne aggiunge un altro.

Un aspetto al quale non sempre in passato è stato dato il giusto rilievo: l’empatia. Quando questo «sentire comune, «questo «immedesimarsi uno con l’altro» fa da cornice agli incontri tra primi ministri, alle relazioni tra gli Stati, specie nella complessità dell’attuale scenario internazionale, il rapporto che si riesce a creare a livello personale diventa lo strumento più performante.

Il riferimento è al viaggio in Giappone del nostro presidente del Consiglio. Gli abbracci e i sorrisi tra la premier nipponica Sanae Takaichi e Giorgia Meloni e il post pubblicato su X e Instagram da quest’ultima nel caratteristico stile dei cartoni d’animazione tipici di questo importante Paese asiatico sono un’evidenza empirica non solo dell’efficacia della comunicazione digitale di Palazzo Chigi, ma anche di come il rapporto tra persone, prima ancora che tra cariche istituzionali, costituisce una delle carte più importanti da giocare per contrastare il disordine mondiale e gestire al meglio le dinamiche post-globalizzazione, così come per ritagliarsi uno spazio non secondario nella ridefinizione degli assetti complessivi del pianeta. Si tratta di temi centrali nel Forum di Davos, che inizia domani alla presenza di sessantacinque tra Capi di Stato e di Governo, di tremila uomini d’affari, di tanti esperti e della gran parte dei media. La Meloni ha detto che non ci sarà, a meno che in Svizzera non dovessero svolgersi, vista la presenza di Trump, vertici internazionali sui conflitti in Ucraina e in Medioriente.

Tornando al rapporto tra Italia e Giappone, la novità rispetto al passato consiste non solo nella promessa di una collaborazione strategica destinata a durare nel tempo, ma anche nell’amicizia personale che è maturata in poco tempo tra due donne, entrambe con la responsabilità di guidare due Paesi grandi e importanti. Tutto ciò in un momento in cui la convergenza d’interessi si orienta anzitutto al ridimensionamento degli effetti causati dalle distorsioni commerciali portate avanti dalla Cina, ma anche all’esigenza di un rafforzamento della sicurezza nell’Indo-Pacifico e nell’Euro-Atlantico. Per l’Italia rafforzare la cooperazione con quelle nazioni affini e solide può fare la differenza nel medio e lungo termine. Le due leader, nella dichiarazione congiunta, hanno fatto asse comune su libero commercio e competitività e hanno messo nero su bianco la «forte opposizione a qualsiasi tentativo unilaterale di modificare lo status quo con la forza o mediante la coercizione» all’interno di un’area, quella appunto dell’Indo-Pacifico, «libera e aperta» e in base allo «stato di diritto».

Meloni in Giappone ha scattato selfie, ha fatto il mezzo inchino davanti alla bandiera giapponese in segno di rispetto, ha accolto con grande soddisfazione le manifestazioni d’attenzione che le sono state riservate durante i festeggiamenti per il suo compleanno. La Takahici le ha dedicato, oltre che una torta con candeline, il motivetto musicale «tanti auguri» cantato in italiano da tutti i partecipanti al pranzo organizzato in suo onore. Un clima formale e al tempo stesso informale in un viaggio, che ha registrato un altro momento significativo quando la Meloni ha incontrato Tetshuo Hara, famoso fumettista giapponese, autore di Ken, il guerriero parte integrante dell’immaginario collettivo di molti giovani italiani del passato.

Quando questo modo più informale di far politica produce risultati positivi e concreti non è più solo una forma di rappresentazione del sé, più o meno discrezionale e più o meno dipendente dal temperamento del leader. Diviene parte sostanziale dell’agire deliberativo e della costruzione degli assetti relazionali di matrice politica. È, peraltro, ciò che è accaduto quando la premier ha usato la parola giapponese ganbaru che vuol dire «fare più del proprio meglio, ambire a superare sempre i limiti».

Cosa dimostra questa missione in Asia della premier italiana? Dimostra anzitutto che la Meloni è molto a suo agio in politica estera, settore dove forse riesce a dare il meglio di sé. Complice la buona conoscenza della lingua inglese e una sensibilità diplomatica non comune, la Meloni sta dimostrando giorno dopo giorno di essere capace di calcare il palcoscenico internazionale con prontezza e pragmatismo, con visione e senso di responsabilità. Anche chi non ama lei e il suo governo le riconosce questo merito, non foss’altro perché un simile modus operandi accresce la credibilità e l’autorevolezza del nostro Paese all’estero e rafforza il potere contrattuale dell’Italia.

I punti di forza dell’attuale governo sono rappresentati certamente dal potenziamento del legame con gli Stati Uniti e dal mantenimento in maniera salda e risoluta della postura atlantica, ma anche da un maggiore protagonismo in Europa e dalla chiarezza delle posizioni assunte sui conflitti in Ucraina e in Medioriente: deciso sostegno a Kiev e linea dei «due popoli e due Stati» per Israele e Palestina. A ciò si aggiungano la solidarietà al popolo iraniano e la condanna delle repressioni di Teheran, la capacità di mediazione tra l’iniziale approccio sovranista e la realpolitik dettata dal quadro sovranazionale, gli accordi con l’Arabia Saudita, gli Emirati e il Qatar e altro ancora. Certo, il rapporto Italia-Stati Uniti passa non solo attraverso le ottime relazioni personali tra Trump e Meloni, ma anche attraverso la valutazione che volta per volta il nostro Paese può e deve fare, considerando oltre che i modi talvolta troppo sbrigativi del numero uno della Casa Bianca, anche la dose di prudenza che si rende necessaria, volendo l’Italia muoversi anche nel quadro europeo e della Nato. Si pensi a titolo esemplificativo al dossier Groenlandia. La Meloni ha detto che valuterà una presenza italiana in questo Paese ma nella cornice dell’Alleanza Atlantica e senza l’idea di muoversi con «intenti divisivi» rispetto agli Usa.

Prima di lasciare Tokyo, direzione Seul, la premier ha, infatti, ricordato che Trump ha sì «metodi assertivi», ma non al punto di arrivare ad un «intervento militare di terra». Rilevante è stato anche l’invito rivolto ai principali gruppi giapponesi ad investire in Italia, poiché «questo è il momento giusto». Quello degli investimenti esteri nel nostro Paese è un tema strategico: trattenere gli investimenti fatti finora dalle multinazionali e nel contempo attrarne di nuovi è una strategia vincente.

In Corea del Sud si svolgerà la prima missione bilaterale di un Presidente del Consiglio italiano negli ultimi 19 anni. L’incontro con Lee serve anche alla firma di una serie di intese commerciali, una delle quali è volta a potenziare la cooperazione industriale in materia di semiconduttori e di prodotti ad alta tecnologia. Importanti sono anche il memorandum d’intesa sulla prevenzione e gestione dei disastri naturali nel quale la Protezione Civile italiana condividerà parte della propria esperienza sul campo e l’accordo relativo alla tutela del patrimonio culturale.

Più volte su «La Gazzetta del Mezzogiorno» ho scritto che tra geopolitica e geoeconomia esiste ormai un’interconnessione sistemica. Quello che avviene a livello politico, diplomatico, talvolta militare, genera effetti diretti o indiretti sulla situazione economica dei singoli Paesi, tutti impegnati a tutelare i propri interessi e ad arrecare vantaggi competitivi ai propri mercati. Per capire quello che sta succedendo e quello che potrà accadere nel futuro prossimo servono team multi ed interdisciplinari di analisti. Occorre mettere uno a fianco agli altri esperti di relazioni internazionali, politologi, economisti, studiosi di innovazione tecnologica e di comunicazione politico-istituzionale e d’impresa. Ogni tassello di questo puzzle interpretativo e strategico deve essere correlato all’altro, deve incastrarsi senza soluzione di continuità. Privarsi di questa visione olistica potrebbe rendere miope il nostro sguardo sul mondo e sul futuro. E questo non è possibile.

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