esteri
Il moralismo marxista che accompagna un leader come Maduro
Una rendita del moralismo politico comunista, proclamato quale religione di Stato e vaneggiamento culturale, ma solo radical-chic
Per comprendere cosa sia accaduto in Venezuela con l'arresto di Nicolas Maduro, e cosa continui ad accadere in Colombia o in Brasile, bisogna esserci stati, non in vacanza, ma lavorandoci. C'è sempre stato un rischio presente in Sud America, travisato in una prorompente prosperità sociale ed economica, culturale e civile: il marxismo. In realtà ciò ha comportato un perdurante essiccamento spirituale, condizione umana prodotta dal farneticante moralismo marxista, sempre molto ambito, anche qui da noi, addirittura spasimato, ma che quando poi attuato ha prodotto conseguenze ravvisabili in un impoverimento culturale e formativo della popolazione, violenza, distruzione della società civile e nel caratteristico fenomeno, già da Pasolini individuato in tali presunti fautori della difesa dei diritti civili, stigmatizzati dal poeta friulano essere «fascisti dell'anti-fascismo».
Ciò avrebbe avuto l'effetto di mascherare l'intento oppressivo del marxismo mediante un richiamo continuo, un inno retorico, alla libertà e all'antifascismo, cosa che le vicende di questi giorni dimostrano chiaramente essere stati solo un abile travestimento e un'ipocrita dissimulazione. Tale costante rischio che si vive nei Paesi del Sud America, (chi ci ha lavorato come l'autore di questo editoriale, lo sa bene) di una politica pervasa dalla violenza rivoluzionaria e accerchiata dal pericolo di un'economia ingessata e mai in grado di spiccare il volo, malgrado ingenti ricchezze umane ed enormi risorse naturali, deriva da una storia politica che ha dovuto fronteggiare costantemente questa strisciante carica rivoluzionaria come le Farc in Colombia, o i Tupamaros in Uruguay, sino a doversi difendere da una continua delegittimazione. Questo rischio e questo pericolo sono stati man mano attivati nel paradossale intento di assicurare un pieno sviluppo che non è mai realmente partito, se non nella misura in cui veniva accettato e gestito dall'esterno, cioè dagli Stati Uniti e successivamente dall'Europa ed anche, in questo ultimo decennio, dalla Cina. Può sorprendere, pertanto, ma sorprende solo gli ipocriti, che dei militari statunitensi arrestino il presidente di uno Stato a loro straniero per ordine del loro presidente, cioè Donald Trump: ma perché lo scandalo attuale di una violazione dei confini di uno Stato, non è mai stato lo stesso in precedenza, quando su ordine di Maduro i suoi militari torturavano e arrestavano i suoi stessi concittadini?
Attualmente ci si indigna di fronte a una violazione del diritto internazionale nei suoi fondamenti, tuttavia la violazione sistematica dei diritti umani basilari, quali garanzia di istruzione, sanità, tutela della vita da fame e tortura, non preoccupava affatto UE, Brics, ONU e sue inefficaci propaggini come Fao, Oms, Ilo etc. L'indecenza della omologazione a scuotersi per l'arresto di un presidente che non nascondeva neppure troppo i suoi affairs noirs, è pari solo all'indifferenza di cui si nutrono i governi occidental-europei, narcotizzati da un paleo-benessere, un fentanyl economico di cui cresce l'effetto inebriante nella misura in cui aumenta la voragine interna di debiti pubblici e di guerre opportunamente mobilitate in riscatto di un onore infantile, napoleonico, ormai sepolto da decenni. Il rischio anche in Europa di un distacco progressivo dal considerare la verità delle questioni, il lasciarsi sopraffare dal nomos della pace alimentando lugubri capi di Stato, come lo stesso Maduro, per non parlare dei passati Fidel, Noriega, Ortega, Chavez, vorrebbero rivitalizzare scempiaggini targate anni Settanta.
A quel tempo un perdurante e claustrofobico indottrinamento marxista e sue derive di moralismo economico apparivano come le panacee per un concreto sviluppo delle comunità e dei diritti individuali, specie in Italia dove scuole e università erano soffocate da comizi elettorali invece che bonificate da lezioni.
L’insieme di questi fattori ci ha portato a garantire tali figuri che violentano i popoli per biechi interessi di potere e che rispondono solo allo slogan di un'altra notoria effige di questa lunga serie di psicopatici, veri e propri casi clinici, cioè Pol Pot, Capo dei Khmer Rossi, un Chavez della Cambogia, molto coccolato da ambienti filosofici nostrani e francesi, dove peraltro si formò, e che diceva costantemente al suo popolo ridotto a scheletri deambulanti: «Mantenervi non ci procura alcun vantaggio, eliminarvi tutti, uno ad uno, non sarà un perdita», una certezza, questa, proveniente dal pantheon sinistro di quanto rivoluzione sovietica e culturale cinese ci hanno garantito; una rendita del moralismo politico comunista, proclamato quale religione di Stato e vaneggiamento culturale, ma solo radical-chic.
Esibizionisti del moralismo, cioè i marxisti.