La riflessione

La «road map» della Meloni tra priorità, auspici, Trump e il senso della realtà

Francesco Giorgino

Nel marketing politico il delivery rappresenta quella fase che consente di verificare se quanto promesso da un leader politico durante la campagna elettorale sia stato attuato a conclusione di mandato

Nel marketing politico il delivery rappresenta quella fase che consente di verificare se quanto promesso da un leader politico durante la campagna elettorale e comunque prima dell’assunzione della responsabilità di governo sia stato attuato a conclusione di mandato. Manca ancora un anno e mezzo alla fine della prima legislatura con Giorgia Meloni primo ministro e, quindi, questa operazione la faremo più avanti. Una prima verifica di ciò che è stato realizzato dal governo Meloni, tuttavia, si può fare subito, partendo dall’individuazione di due tipologie di key performance indicator: la forma e la sostanza dell’agire politico programmatico e deliberativo. Stiamo parlando del modo in cui si agisce e dei risultati perseguiti, date le condizioni esterne e interne in cui si è costretti ad operare.

Il contesto, infatti, non è una variabile di poco conto: prescinderne significherebbe privare l’analisi di una prospettiva interpretativa di ampio respiro, rimanendo condizionati dalle chiavi di lettura di chi insegue esclusivamente le ragioni della polarizzazione spinta e dello scontro frontale fra partiti, rinunciando aprioristicamente ai profili più istituzionali del ragionamento. Profili che sono anche i più compatibili con il perseguimento dell’interesse generale di un Paese.

Il contesto internazionale in cui finora ha operato e opera Giorgia Meloni è stato tra i più complessi di sempre, considerando il peso delle guerre in atto, le difficoltà dell’Europa a strutturare risposte tempestive e univoche davanti ai dossier più significativi (a partire dal conflitto tra Russia e Ucraina), le esigenze di un potenziamento della difesa conseguenti ai nuovi equilibri geopolitici, l’atteggiamento sovente unconventional del Presidente degli Stati Uniti. In quest’ultimo caso non solo contano le ragioni del rapporto solido fra Usa e Italia fin dalla nascita della Repubblica ottant’anni fa con la scelta che per fortuna abbiamo fatto in favore dell’Occidente e dell’Alleanza Atlantica. Non solo pesa la sintonia tra le due amministrazioni per ragioni politiche (entrambi i governi, cioè, si ispirano alla cultura conservatrice), ma rilevano anche gli aspetti caratteriali del numero uno della Casa Bianca, abituato com’è ad una gestione del potere che spesso mette in imbarazzo i propri alleati internazionali.

A tal proposito, suggerisco ai molti commentatori pronti ad usare il bazooka contro la Meloni di considerare il tema della politica estera secondo una logica più ampia e non di parte. Se anziché la Meloni, l’Italia fosse guidata in questo momento da un leader di sinistra cosa avrebbe fatto il Presidente del Consiglio davanti all’arresto di Maduro e a seguito delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia? Avrebbe ingaggiato un corpo a corpo con Washington? Non credo. La Meloni nella conferenza stampa di inizio anno è stata sincera quando ha detto «non sempre sono d’accordo» con Trump (e anche con Mattarella, in verità, anche se al Capo dello Stato ha riconosciuto il grande impegno profuso nella difesa dell’interesse nazionale).

La politica estera si fa partendo dalle relazioni internazionali e da quelle personali tra i diversi leader, anteponendo la tutela degli interessi del Paese che si ha il dovere di rappresentare, considerando la logica del miglior risultato possibile, come dimostra la questione dazi americani. Ambito in cui il nostro Paese ha potuto contenere i danni. La politica estera va interpretata con chiavi più sofisticate e complesse di quelle che normalmente si usano in politica interna. Spesso nel fare certe dichiarazioni o annunci l’obiettivo è solo quello di lanciare messaggi precisi agli altri player internazionali: quello che dice Trump sul dossier Artico nasce, per esempio, dalla necessità di far capire a Cina e Russia che devono fare i conti con lui.

Quanto al contesto interno, come tutti i governi di coalizione, ci si confronta, si discute e si trova la sintesi. È quello che accade dal 2022, pur registrandosi all’interno della maggioranza posizioni non sempre uniformi su diverse questioni. La premier ha mostrato in questi anni grande disponibilità alla mediazione con Salvini e Tajani, leader di due partiti che, tuttavia, sono in competizione tra loro, ricercando nuove occasioni di posizionamento (altra questione cruciale di marketing politico) e considerando, oltretutto, il peso specifico di Fratelli d’Italia: partito di maggioranza relativa che gode di ottima salute e che assorbe gran parte dell’elettorato di centrodestra.

La credibilità della Meloni è dimostrata dall’aver sottolineato durante la conferenza stampa di inizio anno che non tutto ciò che aveva intenzione di realizzare è stato realizzato e che in alcuni settori bisogna fare di più. Il riferimento è alla sicurezza e alla crescita che rappresentano le vere sfide del governo per l’anno appena cominciato. Sulla sicurezza la premier chiede un cambio di passo poiché giudica i risultati conseguiti finora «non sufficienti». Se è vero che nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5%, altrettanto lo è il fatto che all’attenzione collettiva si sono imposti problemi nuovi e fenomeni molto preoccupanti come, per esempio, quello dei «maranza» (spesso figli di immigrati che girano per le città armati di coltelli) e quello delle baby gang. Sono allo studio sanzioni per i genitori che non esercitano le proprie responsabilità di padre e madre su questi minori.

Non trascurabile durante l’incontro con i giornalisti è stato il passaggio nel quale la premier ha voluto evidenziare che la sicurezza si garantisce anche con le decisioni di giudici, nella speranza cioè che essi non vanifichino il lavoro fatto dalle forze dell’ordine, per esempio con le cosiddette scarcerazioni lampo. Capitolo a parte è il referendum sulla giustizia: a fine marzo gli italiani saranno chiamati a pronunciarsi non certo sulla sottoposizione del potere giudiziario al potere esecutivo, ma sulla separazione delle carriere fra magistratura requirente e magistratura giudicante e sul sorteggio dei componenti dei due distinti Consigli Superiori della Magistratura e dell’Alta Corte di giustizia, come più volte evidenziato dal Guardasigilli Carlo Nordio, che è in prima fila nella conduzione di questa importante campagna.

Quanto alla crescita economica, tema che più volte ho messo in evidenza nelle analisi domenicali fatte per «La Gazzetta del Mezzogiorno», la Meloni ha detto che bisogna fare di più, pur ricordando il miglioramento del quadro di finanza pubblica, le misure varate finora a tutela del ceto medio, i dati positivi sull’occupazione. A novembre 2025, infatti, il tasso di disoccupazione è sceso al livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2004. In calo anche la disoccupazione giovanile. Non si trascuri nemmeno l’abbassamento del dato relativo al rapporto deficit/Pil, il calo dello spread, l’aumento delle richieste dei titoli di Stato, la promozione dell’Italia da parte delle agenzie di rating, la maggiore attrattività del nostro Paese per gli investitori esteri, il primato registrato in Europa in materia di Pnrr per obiettivi raggiunti e avanzamento finanziario, il piano Mattei per l’Africa, le misure a supporto delle famiglie e della natalità, la valorizzazione dell’agricoltura oltre che della piccola e grande industria, del terziario, del turismo e dell’economia marittima ed il rinnovamento della Pubblica Amministrazione.

Il Presidente del Consiglio ha annunciato nuovi interventi per ridurre la pressione fiscale e difendere il potere d’acquisto degli italiani. Ha anticipato il varo di provvedimenti che taglino le bollette ed estendano il modello della Zona Economica Speciale (Zes) del Mezzogiorno, fatto di incentivi fiscali e semplificazioni amministrative. Ai giovani viene dedicato il Piano Casa. Un progetto che punta a centomila nuovi alloggi a prezzi calmierati da destinare nei prossimi dieci anni a chi è più in difficoltà. È un tema che il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha sempre posto al centro dell’agenda politica, unitamente al caro energia. Il governo vuole lavorare al recupero e alla realizzazione di alloggi da destinare alla locazione a canone agevolato e al successivo acquisto (rent to buy) per giovani, giovani coppie e per genitori separati. Si provvederà anche all’adeguamento di unità immobiliari di edilizia sociale per anziani, associati a contratti di permuta immobiliare. Un esempio è rappresentato dallo scambio di case grandi e inadeguate per via di spese troppo alte con immobili più piccoli e più gestibili. A questo si aggiungano le case popolari vere e proprie da dedicare alle famiglie più povere. Case da costruire, da ristrutturare o da liberare. Sono tante, infatti, quelle vuote poiché inutilizzabili visto che c’è bisogno di interventi di manutenzione, ma anche quelle occupate abusivamente.

Il 2026 potrebbe essere anche l’anno della riforma del premierato. Sicuramente sarà quello del varo della nuova legge elettorale. Con o senza il coinvolgimento delle opposizioni, ha spiegato la premier, qualora ci fosse da parte loro una «chiusura pregiudiziale». La Meloni vuole garantire stabilità agli esecutivi. Vuole evitare inciuci e governicchi frutto di alleanze innaturali. Del resto, ne va del futuro dell’Italia.

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