L'analisi
Giustizia, legge elettorale e premierato: il 2026 sarà l’anno delle riforme targate Meloni
Quello appena cominciato sarà un anno molto impegnativo per la politica italiana. Sono tante le sfide da affrontare
Quello appena cominciato sarà un anno molto impegnativo per la politica italiana. Sono tante le sfide da affrontare, considerando l’intreccio di tre livelli argomentativi: quello internazionale con i dossier ancora aperti, a partire dal conflitto in Ucraina; quello economico con le ulteriori misure da varare per rilanciare la crescita dopo una manovra che aveva il dichiarato intento di tenere i conti in ordine e di dare una boccata d’ossigeno al ceto medio; quello più politico che vedrà maggioranza e opposizioni alle prese con molteplici situazioni, finalizzate nel primo caso all’ ulteriore consolidamento dell’azione di governo in vista della scadenza della legislatura nella primavera del 2027 e nel secondo caso con la gestione delle diverse spinte e controspinte dei partiti militanti nel centrosinistra, nel tentativo di ricercare forme di leadership alternative al centrodestra. È soprattutto al terzo livello che dedichiamo la nostra analisi, ma senza trascurare gli altri due. Del resto, l’attacco americano al Venezuela e l’arresto di Maduro e sua moglie, da 13 anni al potere, dimostra come la geopolitica sia ormai parte integrante del discorso pubblico quotidiano.
Giorgia Meloni e il suo governo continuano a godere di un grande sostegno da parte dei cittadini italiani. Nando Pagnoncelli qualche giorno fa sul Corriere della Sera ha certificato con il suo sondaggio la crescita di un punto percentuale rispetto al 2024, mentre da più parti si riconosce alla premier (e quindi all’Italia) un ruolo di primo piano a livello internazionale per l’alta credibilità personale della Meloni e l’ampia fiducia espressa dai mercati, che apprezzano il fatto che il nostro Paese stia vivendo, grazie all’attuale governo, una fase di stabilità e di pragmatismo. Anche il partito di cui Giorgia Meloni è fondatrice, Fratelli d’Italia, oggi guidato da sua sorella Arianna, è dato in crescita. Secondo Ipsos, infatti, l’incremento è pari al 2,4% rispetto ad inizio di legislatura. Oggi FdI sfiora il 29% dei consensi. Un ottimo risultato, anche considerando il fatto che prosegue il testa a testa tra Lega e Forza Italia: entrambi i partiti si attestano intorno all’8%.
È vero che è diminuito di qualche punto l’apprezzamento complessivo per l’esecutivo, ma si tratta di una condizione fisiologica: si pensi a quello che in passato è accaduto al Governo Berlusconi IV e al governo Renzi, quando sul terreno furono lasciati 35 e 24 punti. Numeri a parte, resta la percezione di un clima diverso da quello che spesso si racconta nel contesto mediatico. Clima che può godere anche del rapporto di collaborazione istituzionale fra Palazzo Chigi e il Quirinale.
La premier ha ringraziato con una telefonata Sergio Mattarella dopo il discorso a reti unificate fatto la sera del 31 dicembre: uno dei migliori discorsi del nostro Capo dello Stato che, ricordando gli Ottanta anni della nascita della Repubblica e spronando i giovani ad essere protagonisti del futuro, ha sottolineato come l’aspettativa più grande sia quella della pace in Ucraina, in Medioriente e in tutte le zone dove le armi ancora non tacciano. Mattarella ha anche evidenziato come l’Italia sia in prima linea nella costruzione della nuova Europa. Un discorso che è piaciuto molto al governo Meloni, al punto che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianbattista Fazzolari, ha evidenziato, con poche ma significative parole, la forza unificatrice del messaggio del Presidente della Repubblica, interprete di una «narrazione nella quale tutti gli italiani si sono sentiti rappresentati».
Il profilo istituzionale di Giorgia Meloni è risultato sempre più evidente nell’ultimo periodo. Da parte sua e dei suoi più stretti collaboratori è stato incessante l’impegno a costruire un immagine nazionale e internazionale di leader responsabile, lungimirante e prudente. Un’immagine da statista, insomma. Restano aperti alcuni problemi corrispondenti alle priorità degli italiani come il lavoro e l’economia, la sanità, l’immigrazione e la sicurezza, il welfare e l’assistenza, la tenuta del potere d’acquisto, ma la legge di bilancio 2026 arreca già alcuni vantaggi in busta paga con il taglio della seconda aliquota Irpef, con i bonus su contratti e i premi di produttività, con l’allargamento dei fringe benefit.
A queste misure si aggiungano il record storico di rimborsi fiscali registrato nel 2025 con oltre 26 miliardi di euro restituiti a famiglie e imprese (+8,5% rispetto al 2024), il tesoretto dovuto al calo dello spread, stimato da Unimpresa in circa 8 miliardi, la riduzione dei dazi Usa sulla pasta con grandi benefici per le imprese del settore dell’agro-alimentare. Una prova, oltretutto, dell’efficacia della linea di dialogo portata avanti, in modo silenzioso e senza allarmismi, dall’Italia con gli Stati Uniti.
Nel 2026 il governo Meloni, grazie anche al fatto che avrà a disposizione ulteriori risorse economiche, può puntare su misure più incisive . Misure che vanno accompagnate da una serie di riforme molto attese dagli elettori di centrodestra. Ne segnaliamo tre: quella della giustizia; quella del premierato e quella della legge elettorale. C’è grande attesa, infatti, per l’esito del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati che dovrebbe svolgersi nella seconda metà di marzo. Referendum necessario dopo l’approvazione della nuova legge da parte del Parlamento a maggioranza semplice e non qualificata. Il governo è convinto che i sì prevarranno sui no. In tal senso si pronunciano molti sondaggisti, dopo aver sondato l’umore dell’opinione pubblica.
Altra riforma importante è quella del premierato, ovvero dell’elezione diretta del Presidente del Consiglio per accentuare l’elemento della stabilità politica che, come abbiamo visto in precedenza, rappresenta un vero e proprio valore aggiunto, una sorta di pre-requisito per garantire all’azione degli esecutivi performatività. Legate alla riforma del premierato ci sono le modifiche da apportare alla legge elettorale. L’obiettivo è quello di cambiare quella parte della normativa che prevede che un terzo dei parlamentari venga eletto in collegi uninominali, nei quali ogni coalizione presenta un unico candidato: basta un voto in più per far ottenere il seggio a quello schieramento. Meccanismo che premia chi si presenta coeso. Ipotesi che è una certezza per il centrodestra, ma che non va esclusa nel 2027 per il centrosinistra nonostante, come vedremo più avanti, i segnali in favore dell’unità del campo largo non sono certo incoraggianti. Tuttavia, si sa che a sinistra si è sempre ragionato, al momento delle elezioni, nel modo seguente: «La cosa più importante e far perdere il centrodestra, poi al resto si pensa dopo con o senza un governo».
Il problema per il centrodestra è quello di precostituirsi le condizioni non solo per evitare il pareggio, ma anche per raggiungere con certezza la maggioranza pure in Senato (legata alle Regioni). L’ipotesi sulla quale stanno lavorando gli esperti dei partiti di centrodestra è quella di un ritorno al sistema proporzionale, ma con soglia di sbarramento al tre per cento e un premio di maggioranza su scala nazionale, in caso di superamento almeno del 40% dei consensi. Certo, va sottolineato che Forza Italia e Lega in questa legislatura hanno beneficiato della quota di parlamentari eletti nel collegio uninominale, avendo ricevuto per questa quota anche i voti degli elettori di Fratelli d’Italia. Per questo motivo gli altri due partiti sarebbero intenzionati a chiedere al partito di maggioranza relativa (è Donzelli ad aver la responsabilità del dossier) qualche forma compensativa, che potrebbe essere rappresentata per esempio da un “listino di coalizione”. Iniziativa che deve tener conto delle differenze tra Camera e Senato.
Fin qui la maggioranza. E le opposizioni? Il 2026 dovrà portare chiarezza anche in questa metà campo, che ancora non ha un leader. Giuseppe Conte non riconosce Schlein come capo della coalizione e quest’ultima ha non pochi problemi all’intero del suo partito, considerando gli esponenti dem che non amano lo spostamento troppo a sinistra del Pd. Se, come sembra, la nuova legge elettorale dovesse costringere i partiti ad indicare un candidato premier prima del voto (in osservanza, peraltro, al principio ispiratore della riforma del premierato), sarebbe un problema per il campo largo, costretto a trovare un nome diverso dagli attuali segretari di partito. Scenario che, tuttavia, andrebbe effettivamente pesato dal punto vista elettorale, potendo riservare anche qualche sorpresa.
In questa metà campo giocano anche Matteo Renzi che, nonostante gli attacchi frontali alla Meloni, non riesce a crescere nei consensi, e Carlo Calenda. Quest’ultimo, al contrario, sta aumentando il suo seguito. E’ noto l’atteggiamento dialogante e il buon rapporto personale con la Meloni, di cui il leader di Azione apprezza la capacità politica e il modus operandi. Le divisioni nel centrosinistra sono tante, a partire dalla politica estera.
Nel 2026, oltretutto, non si voterà solo in Paesi importanti per i futuri equilibri geopolitici come gli Stati Uniti (per le elezioni di midterm), la Russia, Israele, il Brasile (oltre che il Portogallo, la Svezia, il Bangladesh, la Colombia, il Marocco, l’Etiopia), ma anche in alcune città italiane. Un altro test dopo quello delle regionali finito con un “tre a tre” tra le due coalizioni. Non ci resta che attendere.