La riflessione
Parola d'ordine: salvare il Sud dai meridionalisti
Con tutto il rispetto politicamente scorretto ché nemmeno Checco Zalone, vuoto è anche certo meridionalismo che gira e gira attorno al problema del Sud senza mai atterrare
«San Nicola proteggici da le rizz vacand». Questa scritta in bianco e rosso (colori della città) campeggia all’ingresso di «Nderr la lanze» a Bari. «Nderr la lanze», cioè a terra la barca, insomma il porticciolo davanti al quale si vendono frutti di mare e pesce. I «rizz vacand» sono i ricci vuoti, come non dovrebbe mai essere questa spinosa delizia locale da gustare come un dolce. Vuoti come certe teste dalle quali è meglio stare alla larga. Con tutto il rispetto politicamente scorretto ché nemmeno Checco Zalone, vuoto è anche certo meridionalismo che gira e gira attorno al problema del Sud senza mai atterrare. Una evanescenza più capace di condannare che di spiegare e rinfacciare. Sospetto collaborazionismo coi nemici del Sud.
Che il Sud non sia nelle migliori condizioni possibili (e augurabili), lo sappiamo dalla nascita. Quando i bambini del Sud aprono gli occhi, sono già tanto consapevoli da piangere più di quelli del resto del Paese. Non solo il peccato originale di Adamo ed Eva. Non solo il peccato nazional-originale dei 30 mila euro di debito pubblico a carico di ogni cittadino. Ma anche l’immediata consapevolezza di essere nati nel posto più bello ma anche più discriminato del mondo. Capiscono subito che non avranno gli asili nido pubblici come gli altri, lo stesso tempo prolungato a scuola, le stesse mense scolastiche, le stesse biblioteche, gli stessi scuola-bus. E già sanno che quando più grandicelli quelli dell’Invalsi verranno a giudicarli, li troveranno meno preparati degli altri.
Provando a coprirli di vergogna mentre dovrebbero chiedergli scusa. Violazione inaudita della Costituzione, secondo la quale i diritti non dovrebbero differire secondo il posto dove sei nato. Dagli asili nido pubblici in poi.
E invece questo avviene. E tutto il problema del Sud è questo, non altro. Non la mentalità, non lo scarsa voglia di iniziativa, non l’incapacità di rimboccarsi le maniche, non la carenza di spirito pubblico, non questo e quest’altro. Che anzi sono effetto della diseguaglianza, non causa. Come se i meridionalisti dal pensiero usato sicuro non volessero correre il rischio di andare controcorrente. Non volessero correre il rischio del lamento, ignorando la sacrosanta richiesta di essere trattati come italiani e non come diversamente italiani. Si tranquillizzino: sia pure a modo suo lo ha ammesso lo stesso Calderoli, che amerebbe il Sud come un tacchino può amare il giorno di santo Stefano.
Sono anni che, dal Covid in poi, udite udite signori meridionalisti col freno a mano, sono anni che il Sud sta crescendo più del resto del Paese. Conferma a quella che può sembrare un bestemmia: una Questione meridionale non c’è mai stata, se per tale si intende solo ritardo di sviluppo, deficit di crescita, cronica arretratezza. Non c’è mai stato periodo della storia vicina e lontana in cui il Sud non sia cresciuto, nonostante tutto. In linea ancorché meno del resto del Paese. Ma facendo il più col meno, vista l’oscena diseguaglianza dei mezzi (anzitutto servizi e infrastrutture) fornitigli dallo Stato e da ogni governo come avvenuto invece per il Centro Nord.
Quando Calderoli dice che i bisogni del Sud non sono mai stati calcolati (e quindi sono stati sempre violati), questo dice, non che il risotto alla milanese è meglio di patate-riso-e-cozze. Lui lo dice assicurando che saranno calcolati, come bagaglio appresso della sua amata autonomia differenziata. Ma anche l’ultima legge di bilancio riconosce i diritti violati ma non rimedia finanziandone la spesa, come la serie di ingiuste precedenti leggi di bilancio che hanno portato il Sud all’attuale divario col Nord. Ma perché il suo Pil ora, a dispetto dei meridionalisti, cresce di più che al Nord in modo spudoratamente scorretto? Perché ora cresce di più anche la sua occupazione, quella femminile compresa? Crescita percentuale, non da abbattere il divario. Perché per la prima volta dopo tanto (dopo la sola Cassa per il Mezzogiorno) al Sud ci sono investimenti pubblici. Dal Pnrr, alle Zes (Zone economiche speciali), ai Fondi sviluppo e coesione (cui l’ultima manovra ha pure scippato qualcosa).
E grazie, potrebbero dire i meridionalisti depressi. Grazie un corno. Perché i meridionali hanno diritto di dire vogliamo anche noi quello che è dato (e quanto è stato dato) agli altri. Sacrosanta richiesta, non assistenzialismo. A vantaggio non solo del Sud, ma dell’intero Paese. Come da tempo la Banca d’Italia (e non solo) si affanna a dire. Quindi non inferiorità atavica, non mollezza mediterranea, non languido caldo contro stimolante freddo. Ma reato continuato e premeditato contro. Questo il meridionalismo «vacand» dovrebbe sforzarsi di capire e di dire. Non girare attorno al problema per fare bella figura. Non noiosamente fotografare una situazione (certo tutt’altro che soddisfacente) senza vederne il perché. Molto meno «rizz vacand» una parte di quei giovani un giorno andati via e ora di ritorno alla spicciolata. Meridionali più che meridionalisti.