L'analisi

Il «dialogo» come pedagogia dei fatti: si è spenta la voce più autorevole contro la terza guerra mondiale a pezzi

Dorella Cianci

Il saluto del Papa al suo popolo è avvenuto proprio nel giorno della domenica di Pasqua, ma non potevamo immaginare che quello sarebbe stato il suo saluto d’addio

Il saluto del Papa al suo popolo è avvenuto proprio nel giorno della domenica di Pasqua, ma non potevamo immaginare che quello sarebbe stato il suo saluto d’addio. Pensavamo tutti di avere più tempo per sentirci accompagnati, lungo le strade del mondo, dalle sue parole e dal suo insegnamento. Papa Francesco, però, durante la sua convalescenza, che sarebbe dovuta durare due mesi nel riparo della residenza «Santa Marta», non si è risparmiato e ha portato il suo dolore fra gli altri dolori, a iniziare da quella visita del Giovedì Santo al carcere romano di Regina Coeli.

Appena si è diffusa la notizia per Roma, molti sono arrivati a via della Conciliazione, risalendo il Lungotevere, e la folla, accompagnata dal rintocco luttuoso delle campane di San Pietro, non era affatto rumorosa. Forse qualcuno avrà sentito, per quella strada, un senso di smarrimento, proprio perché da questo momento viene a mancare il più importante sostenitore della pace e del dialogo. Il più importante sostenitore e il più attento osservatore geopolitico, il quale da tempo ci aveva avvisati di stare ben in guardia rispetto alla pericolosa «terza guerra mondiale a pezzi». Oggi la Palestina, l’Ucraina, il Sudan, il Congo e il dimenticato Yemen sono luoghi della Terra ancora più abbandonati, ancora più dimenticati e poco tutelati, se non da chi finge di perseguire la pace in nome degli interessi strategici ed economici, dove «novantanove vale più di uno». Oggi si è spenta una voce che accompagnava i migranti del Mediterraneo e quei migranti che, fino a qualche tempo fa, risalivano la rotta balcanica, provenendo da aree a rischio, come l’Afghanistan. Il suo filo di voce ieri non è riuscito a leggere, nella benedizione «Urbi et Orbi», quel lungo messaggio, ma il suo testo, a riguardarlo in questo momento, dopo solo un giorno, appare come la strada segnata per il suo successore, come il monito che la Chiesa (spesso distratta e confusa), deve avere ben chiaro.

Francesco aveva scritto: «Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre, a volte, verso i più deboli, gli emarginati, i migranti! In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio! Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile! Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero». Il Pontefice aveva poi aggiunto: «Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo, che si va diffondendo in tutto il mondo. In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira a un futuro di pace. Preghiamo per le comunità cristiane in Libano e in Siria che, mentre quest’ultimo Paese sperimenta un passaggio delicato della sua storia, ambiscono alla stabilità e alla partecipazione alle sorti delle rispettive nazioni. Esorto tutta la Chiesa ad accompagnare con l’attenzione e con la preghiera i cristiani dell’amato Medio Oriente».

Papa Francesco, nel suo pontificato, ha scritto quattro encicliche (Lumen fidei, Laudatosi’, Fratelli tutti e Dilexit nos) e ognuna di queste si ricollega all’altra nel nome della tutela degli altri e del Pianeta. Un termine campeggia su tutti: «cura», nel senso latino del preoccuparsi, dell’avere a cuore, del nutrire attenzione. Da queste encicliche, poi, sono anche nate importanti lettere apostoliche, fra cui, nel 2016, Misericordia et misera, e nel 2020 Patris corde. I suoi due Giubilei sono stati all’insegna della misericordia e, quest’ultimo, in corso, della speranza. Ricordiamo, nel 2014, il tema prescelto per la «Giornata mondiale delle comunicazioni sociali»: la cultura e la pedagogia dell’incontro. Nel 2013, in un’intervista rilasciata alla rivista «La Civiltà Cattolica», confidò di aver imparato un metodo paziente da gesuita: non lasciarsi bloccare dai giudizi negativi, ma accettarli, viverli nella preghiera ed entrare in dialogo aperto per capire dove sta il problema o l’equivoco. Come noteranno in tanti, papa Francesco, pur avendo parlato, in moltissime occasioni, della necessità del dialogo (in politica, fra le religioni, nelle relazioni personali), non ha mai dato una formulazione teorica di questo. Per parlare di dialogo ha evidentemente scelto la pedagogia dei fatti, che si concretizza nell’incontro vero e proprio. Alla luce dell’incontro ha sempre dato valore all’ecumenismo, ricordando l’urgenza del ricercare percorsi condivisi con i cristiani dell’Asia e dell’Africa. Ha promosso, di continuo, il dialogo interreligioso, anche per sostenere un incontro libero con l’Islam, evitando odiose generalizzazioni, che conducono al fraintendimento del Corano. Indimenticabile la sua inclusione verso «tutti, tutti, tutti», ripetuto per gli omosessuali, per le donne, per tutti coloro che vengono messi ai margini della contemporaneità, strizzata violentemente dalla logica dello scarto. L’ultimo sinodo non si è mostrato davvero all’altezza dell’insegnamento di Bergoglio! Timidi tentativi di incontro non sono riusciti a trovare un autentico spazio condiviso.

Si apre, ora, una fase nuova della Chiesa e, molti di noi, sperano nella continuità del suo successore, magari ritrovato nuovamente nelle periferie del mondo, perché papa Francesco ha tracciato un percorso nella Chiesa che deve restare saldo.

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