Il commento

Solo il lavoro crea dignità: la lezione di Francesco contro la deriva dei sussidi

Guido Gentili

Nell’autunno 2018 dai balconi di Palazzo Chigi l’allora governo Mov5Stelle - Lega proclamò la «sconfitta della povertà»

Un passaggio nei telegiornali, un titolo sui quotidiani. Se parla di lavoro, tema che gli è universalmente molto caro, Papa Francesco riscuote sempre attenzione. Ma ci sono volte, qui in Italia, che le sue parole andrebbero pesate per quelle che sono: pietre che scardinano convinzioni fallaci e cattive abitudini consolidate.

Per questo meriterebbero se non altro un ascolto più attento. A cominciare dalla politica, che uscita dalla bolla di una campagna elettorale ricolma di promesse iperboliche (a debito) e transitata per il vaglio delle elezioni, si appresta ora a riassestare i suoi nuovi equilibri, istituzionali e di governo.

Ai partecipanti del convegno della Fondazione Centesimus Annus dedicato alla «Crescita inclusiva per sradicare la povertà e promuovere lo sviluppo inclusivo», Francesco ha appena detto che «la povertà non si combatte con l’assistenzialismo, no, così la si anestetizza ma non la si combatte. Aiutare i poveri con il denaro deve essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte alle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. La porta della dignità di un uomo è il lavoro».

Il messaggio è chiaro. Lette nel Paese che storicamente ha scambiato la cura risolutiva con l’intervento da pronto soccorso perenne, le parole del Papa suonano come una stroncatura netta dell’assistenzialismo a colpi di sostegni finanziari (ad esempio la politica dei bonus-tampone e degli aiuti a pioggia) che non produce lavoro ma moltiplica il debito dello Stato, che sarà ripagato dalle generazioni future. E dove i poveri veri, in aumento per la crisi energetica e l’inflazione a doppia cifra, sono destinati a rimanere tali. Il Sud, vittima e carnefice insieme per le politiche messe in campo, ne sa qualcosa in termini di persistente divario col Centro-Nord, se è vero che oggi il prodotto interno lordo per abitante del Mezzogiorno raggiunge appena il 55% (e dieci anni fa rasentava il 58%) di quello corrispondente del Centro-Nord.

Senza lavoro non c’è dignità umana, dice Francesco. Nell’autunno 2018 dai balconi di Palazzo Chigi l’allora governo Mov5Stelle - Lega proclamò la «sconfitta della povertà». E proprio nei giorni in cui l’esecutivo iniziava anche a preparare il Reddito di cittadinanza (Rdc, la misura-sussidio bandiera dei grillini), intervistai il Papa in un lungo colloquio tutto dedicato ai temi dell’economia e del lavoro. «I soldi - rispondeva Francesco - non si fanno con i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. È il lavoro che conferisce dignità all’uomo, non il denaro. Lavorare fa bene perché è legato alla dignità della persona, alla sua capacità di assumere responsabilità per sé e per gli altri. È meglio lavorare che vivere nell’ozio. Guadagnarsi il pane è motivo d’orgoglio».

Conclusione: «Il lavoro crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzano».

Il messaggio era chiaro e tale rimane oggi, mentre è acceso il confronto sui correttivi al Rdc e con la nuova maggioranza di destra decisa a cambiare rotta, mantenendo lo strumento solo come argine per far fronte alla povertà. Sarà un confronto duro (il Mov5Stelle guidato da Giuseppe Conte è fermamente contrario), ma è un fatto che gli ultimi dati Anpal (su circa un milione di beneficiari del Rdc indirizzati ai servizi per il lavoro solo 173 mila sono occupati) certificano che non è mai scattata la parallela, promessa politica «attiva» per creare occupazione. Distorsione ammessa dallo stesso ex ministro dell’Economia del governo Conte1, Giovanni Tria: la legge su Rdc conteneva fin dalla sua impostazione i «presupposti del suo non funzionamento», a partire dall’obiettivo di rispondere alla «profonda trasformazione del lavoro (tipico di un reddito di base) che si confondeva con la lotta alla povertà».

E non è solo questione di «posti» di lavoro. Quando Francesco diceva che i sussidi, se non applicati correttamente, possono creare «dipendenza e deresponsabilizzazione», anticipava una tendenza poi consolidatasi dopo lo scoppio della pandemia prima e della crisi energetica poi: l’idea, cioè, che facendo più debito - meglio se a spese dell’Europa, e con l’aiuto fattivo della sua banca centrale - si possa sciogliere ogni nodo, presente e futuro. Con la rimozione dei problemi (il declino demografico, ad esempio, quando si parla di pensioni) e un’attitudine avversa all’impegno, personale e sociale. È la deriva dell’assistenzialismo.

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