Transizione 5.0
Bonus prosciugati, la rabbia delle imprese: «Il governo corra ai ripari». La storia di un piccolo imprenditore di Novoli: «Spesi 180mila euro: ne riavrò 7mila»
Non si ferma la protesta da Nord a Sud. Domani il tavolo a Roma. Ecco cosa vuol dire sfilare un bonus dalle mani di un imprenditore che ha già investito
Le imprese non ci stanno e continuano ad alzare la voce. Le nuove disposizioni del decreto fiscale, che tagliano in modo consistente il credito d’imposta previsto da Transizione 5.0, sono lette dal mondo industriale come un vero e proprio tradimento. Un «cambio in corsa» che - oltre ad arrecare un danno economico alle imprese che avevano messo in contro i vantaggi promessi - colpisce quei processi di innovazione e sostenibilità energetica essenziali per la riduzione dei costi. A cominciare dagli investimenti nel fotovoltaico, i più frequentati dalle piccole realtà.
La situazione è esplosiva da nord a sud, dal Veneto al Salento, come rivelano le note confindustriali che si susseguono in queste ore. La Puglia, in particolare, è nell’occhio del ciclone, come territorio in prima linea proprio sul fronte delle rinnovabili. A porre l’accento su questo aspetto, tra gli altri, è Francesco Elia, presidente provinciale della Cna Lecce (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa): «Il governo giustifica la scelta di ridurre drasticamente il credito d’imposta con i cambiamenti dello scenario internazionale. Vero e tuttavia proprio per questo bisogna evidenziare che parliamo di misure volte a ridurre i consumi energetici delle aziende e dunque perfettamente in linea con le esigenze di questa fase». La memoria corre ad altri bonus recentemente stoppati: i Pia e MiniPia in territorio pugliese ma anche il conto termico che prevedeva 900 milioni a fronte di 1,3 miliardi di richieste. «In questi due casi - riprende Elia - c’è stato un passo indietro: le richieste sono troppi, i fondi non bastano. Fermiamo tutto e cerchiamo di finanziarie chi ha ottenuto il via libera entro un certo limite temporale. Un modo di fare più serio. Nel caso di Transizione 5.0 di tratta di una scelta diversa che rompe retroattivamente il patto tra imprese e governo».
La «certezza delle regole» è il punto su cui, in queste ore, il mondo produttivo insiste di più. Non solo i grandi ma anche e soprattutto i piccoli. «Chi verrà colpito di più - si domanda Elia -? Certamente chi ha meno possibilità di spesa e minori capacità di indebitamento, non potendo ricontrattare le condizioni con il sistema bancario. Nessuno fa investimenti con la propria cassa, si chiede in prestito contando sul credito di imposta e poi ci si ritrova soli con le banche che, in questi casi, tendono a irrigidirsi». C’è poi una certa assonanza di numeri perché il taglio previsto dal governo fa calare le risorse stanziate da 1,4 miliardi a 500 milioni. «E tuttavia - insiste Elia - non posso non notare che 1,4 miliardi è esattamente quanto darà il governo a Enel per tenere in vita le centrali a carbone ritenute strategiche: 100 milioni l’anno per 14 anni, fino al 2038. Si trovano i soldi per questo e non per confermare quanto promesso?».
I risvolti della vicenda sono notevoli. La data cerchiata di rosso è quella di domani con il tavolo convocato con le imprese. Il governo è al lavoro per individuare una soluzione ma i margini di manovra sembrano molto stretti. Anche perché è lo stesso esecutivo a essere diviso fra chi disapprova la decisione e chi invece la condivide, preferendo dirigere tutte le risorse su poche emergenze a cominciare dai carburanti. È la linea della capogruppo di FdI in Commissione Bilancio alla Camera, la tarantina Ylenia Lucaselli, che definisce l’intervento «un correttivo necessario», rilevando come non ci sia «alcun patto tradito, e questo le aziende lo sanno bene». Nel frattempo, il vicepremier Matteo Salvini spinge sull’Europa per ottenere la «sospensione immediata» del patto di stabilità ma a Bruxelles non si muove foglia. Anche Confindustria, con il presidente Emanuele Orsini, batte ai cancelli dell’Unione: «L’industria europea ha bisogno di risposte immediate dalla Commissione e dai governi, altrimenti la deindustrializzazione diventerà una realtà concreta».
La storia di un piccolo imprenditore di Novoli: «Spesi 180mila euro: ne riavrò 7mila»
Cosa vuol dire sfilare un bonus dalle mani di un imprenditore che ha già investito? Non lo raccontano (solo) i numeri, né le dichiarazioni irate delle associazioni di categoria e nemmeno le retromarce dei ministri. Per capire davvero servono le storie, possibilmente non quelle dei giganti che macinano miliardi e possono tenere sulla corda il sistema bancario. Salvatore Mazzotta è un imprenditore salentino con una attività ben avviata a Novoli, «MilleBolle»: lavanderia automatica e negozio di prodotti per l’igiene di casa e persona. La sua vicenda è quella dei tanti «traditi» dal taglio drastico del bonus Transizione.
Salvatore Mazzotta, per che tipo di progetto ha richiesto il bonus?
«Abbiamo sostituito il parco macchine della lavanderia con apparecchiature 4.0, interconnesse fra loro, e realizzato un impianto fotovoltaico per alimentare l’attività e il negozio. Un investimento da 160mila euro».
Come si è mosso per ottenere il credito d’imposta previsto?
«La scadenza per la presentazione del progetto era fissata al 31 dicembre ma il governo ne ha anticipato la chiusura precisando però che tutte le domande approvate entro il 30 novembre sarebbero state riconosciute».
A quel punto cosa è successo?
«Ci siamo fidati. Abbiamo presentato a novembre la relazione ex ante e tutta la documentazione necessaria per formulare la domanda e ottenere il credito d’imposta che ci era stato quantificato in 35mila euro».
Poi è arrivata la doccia fredda...
«Consideri che solo per presentare la domanda abbiamo speso 20mila euro con relazioni a botta di 5mila euro l’una. Se contiamo anche l’investimento abbiamo speso 180mila euro».
E ora quanto riavrà?
«Solo 7mila euro. Nemmeno la metà delle spese sostenute per ottenere un bonus mai arrivato».
Qual è la morale?
«Ci sentiamo presi in giro. Se a novembre avessero detto chiaramente che i progetti non sarebbero stati finanziati come previsto avremmo puntato su forme di finanziamento diverse, magari meno dispendiose. È stata tradita la fiducia».