economia

«La sfida del caro energia si vince con le rinnovabili. L'Italia faccia come la Spagna: il Sud decollerebbe»

leonardo petrocelli

L'intervista a Giacomo Cucignatto, ricercatore senior della Svimez, esperto di energia e industria

Giacomo Cucignatto, ricercatore senior della Svimez, esperto di energia e industria, da dove partiamo per capire quanto la crisi energetica innescata dalla guerra possa impattare sul Mezzogiorno?

«Partirei da un numero, il Prezzo unico nazionale (Pun) dell’energia che in Italia si attesta a 143 euro al megawattora (MWh). Un numero naturalmente amplificato dalle conseguenze del conflitto ma il dato era interessante già prima dell’attacco all’Iran».

Quali erano i valori di partenza?

«L’Italia, che ha una particolare dipendenza dal gas, era già oltre i 100. La Germania a 97, la Francia a 46, grazie al nucleare, e la Spagna appena a 16. Oggi sono aumentati tutti, ovviamente, ma noi paghiamo il 20% in più rispetto a Berlino, il 31% in più di Parigi e addirittura il 126% in più a confronto con agli spagnoli».

Ma perché la Spagna ha questo vantaggio?

«Perché ha puntato convintamente sulle rinnovabili. Un numero basso come quel 16, prezzo medio di febbraio, si deve alla superproduzione eolica di quel momento ma in, generale, Madrid si è attrezzata bene, anche con il solare. Non solo quello tradizionale, ma pure quello a concentrazione».

Qual è la lezione che si può trarre?

«Se Stellantis deve fare un investimento e realizzare una gigafactory dove la fa? A Termoli o a Saragozza? In Italia il costo energetico sarebbe 286 milioni, in Spagna 128. Uno scarto di 158 milioni. Naturalmente i numeri sono molto variabili ma la differenza, sostanzialmente, è questa».

Dunque il Governo cosa dovrebbe fare?

«Non arretrare sulla transizione rinnovabile nemmeno di un millimetro. Rispetto alla Spagna siamo già indietro. E guardi, non si tratta solo di puntare sulle rinnovabili perché sono il futuro, creano lavoro e offrono possibilità, ma soprattutto perché rappresentano l’unico modo per spingere in basso il prezzo dell’energia e ridurre il gap che ci porta via investimenti strategici. La presenza di giganti come Vestas a Taranto e 3Sun a Catania, due industrie strategiche, va incentivata».

Ci sarebbe un vantaggio specifico per il Mezzogiorno?

«Almeno due. Da un lato la maggior parte della produzione si concentrerebbe proprio al Sud. Dall’altro bisogna guardare alla riforma del Prezzo unico nazionale che, in futuro, dovrebbe perdere lo strumento perequativo transitorio che uniforma il prezzo in tutto il Paese. Si pagheranno costi differenti nelle varie zone d’Italia e un Mezzogiorno attrezzato con l’aumento della capacità rinnovabile vedrà ammortizzati i costi dell’energia».

Ci sarebbe anche il nucleare, un’ipotesi di cui si parla sempre più spesso...

«Vero, ma il nucleare impiegherebbe anni per iniziare a dare risposte concrete e tangibili».

Dalle cause passiamo agli effetti. Con l’impennata dei costi energetici e il blocco dello Stretto di Hormuz che succede?

«L’aumento dei costi energetici riduce il grado di utilizzo della capacità produttiva nonché la velocità produttiva soprattutto nei settori energivori. È un punto che danneggia, in particolare, la Germania e l’Italia, Paesi trasformatori legati a doppio filo. Sa come si dice? Se la Germania ha il raffreddore, l’Italia prende la polmonite».

Quali sono i comparti più colpiti?

«La siderurgia, la ceramica, il vetro, le gigafactory, l’automotive. E poi c’è tutto il filone delle esportazioni bloccate dal problema dello Stretto. Qui a pagare dazio sono soprattutto le regioni del Centro-Nord come Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, principalmente in riferimento alla meccanica o all’alta moda».

Però c’è anche l’agroalimentare che non può nemmeno utilizzare rotte alternative per aggirare Hormuz a causa della deperibilità dei prodotti. E questo è un problema anche meridionale...

«Vero, un problema soprattutto per la Campania che esporta molto verso l’Asia».

E la Puglia?

«La Puglia potrebbe essere colpita soprattutto sul lato della siderurgia. L’aumento dei costi complica ulteriormente la situazione dell’ex Ilva che già non è semplice. Senza dimenticare anche la meccanica».

Un altro grande tema è quello dell’inflazione. Qualcuno sostiene che ci siano già fenomeni speculativi in atto. Che ne pensa?

«La mia personale opinione è che in alcuni settori i grandi operatori possano utilizzare il proprio potere di mercato per aumentare i prezzi più che proporzionalmente rispetto all’aumento dei costi di produzione. È già successo allo scoppio della guerra in Ucraina ed è un problema serio perché, colpendo il potere d’acquisto delle famiglie, mortifica la domanda interna in un momento in cui le esportazioni rischiano di rallentare».

Quale potrebbe essere, dunque, una contromisura economica europea utile nell’immediato?

«Non l’aumento dei tassi di interesse quanto, forse, l’utilizzo della leva fiscale a sostegno delle famiglie e delle imprese in modo che non si scarichi tutto in bolletta. Lo ripeto: è il momento di utilizzare e proteggere la domanda interna».

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