l’intervista
L'economista Boldrin (Ora) attacca: «La politica resti fuori dalle aziende. Il Mezzogiorno torni a fare impresa»
Le dichiarazioni: «La vicenda dei fondi Pia e Minipia? Con i soldi pubblici non si può fare innovazione»
Il caso, sempre più intricato, dell’ex Ilva, la vicenda dei fondi pugliesi per il turismo, lo stato dell’economia meridionale e i riflessi del conflitto in Iran. È un ragionamento a tutto campo quello che offre Michele Boldrin, economista della Washington University e segretario nazionale del Movimento Ora, oggi in Puglia per un doppio appuntamento: in mattinata per un seminario sui fondi europei all’Università di Bari (ore 10.30) e nel pomeriggio a Taranto (ore 18.30) per un evento pubblico dedicato proprio al siderurgico.
Professor Boldrin, iniziamo dall’acciaio tarantino con il ritorno in campo di Jindal. Che idea si è fatto della vicenda?
«Non conosco i dettagli dell’offerta ma partirei da una premessa: l’interesse dimostra che qualcuno trova industrialmente, e quindi economicamente, apprezzabile l’Ilva. E questo è un bene. A patto che politica e sindacati decidano di renderla tale».
Quale dovrebbe essere il corretto ruolo dello Stato in questa vicenda?
«Il ruolo di chi vende, incassa i soldi, che male non fanno al bilancio pubblico, e poi garantisce il rispetto delle regole dal punto di vista ambientale e della sicurezza. Non serve inventarne di nuove, in Italia ci sono già e anche piuttosto rigide. Sa qual è il punto?».
Prego.
«Possono chiamarmi neoliberista se vogliono ma io resto convinto che la politica debba rimanere fuori dalla proprietà delle aziende. Perché sistematicamente si finisce per impegnare soldi pubblici in giochetti con fini elettoralistici».
Quali sono i principali problemi dell’economia meridionale?
«Direi che sono due. Da un lato la continua uscita talenti. Il miracolo economico portò via operai e manodopera. Poi iniziarono a partire insegnanti e funzionari. Oggi partono un po’ tutti, compresi giovani preparati, ambiziosi, ben formati. Così si svuotano i territori delle loro parti più dinamiche. Se ne va, insomma, la capacità imprenditoriale».
E il secondo problema?
«Troppi meridionali si sono convinti che, alla fine, va bene così. Cioè sopravvivere con sussidi, posti fissi, prebende, spesa pubblica usata male. I lavori che vanno avanti all’infinito così arrivano anche infiniti stipendi. In questo clima nessuno fa impresa, non c’è la fame ma mancano dinamismo e cambiamento».
A proposito di soldi usati male, che ne pensa della vicenda pugliese dei Pia e MiniPia, fondi bruciati troppo presto a vantaggio spesso di partite Iva e non di imprese?
«Quella storia dimostra solo una cosa: non si fa innovazione coi soldi pubblici. Altro che startup. Si fa solo lo start e poi...il down».
In che senso?
«Nel senso che così non finanzi lo studente geniale con l’idea rivoluzionaria. Ma solo persone, brave persone, per carità, che conoscono un po’ l’ambiente, si sanno destreggiare, propongono una cosa ovvia, magari legata alla rete o al turismo, e prendono i soldi. Ma non è innovazione. È una brutta copia».
E allora come si fa innovazione?
«Con soldi privati e rischi privati. Se vogliono spendere soldi pubblici in Puglia finanzino piuttosto la ricerca di qualità, lasciando libero chi la svolge. Così verranno fuori delle startup vere».
Allarghiamo lo sguardo. È preoccupato per gli effetti economici della guerra in Iran?
«Intanto sono preoccupato per il conflitto in sé. Stiamo lanciando al mondo un segnale sbagliatissimo. Stiamo legittimando l’invasione dell’Ucraina e dicendo ai cinesi di prendersi Taiwan. Oltre a dare una mano a Israele, ormai un mastino impazzito, che morde tutti e distrugge tutti, convinto che gli Usa lo proteggeranno sempre».
E per quanto riguarda l’economia?
«C’è un capitolo che tocca il petrolio perché il conflitto rischia di abbattersi a catena su tutti i produttori. E poi c’è lo stretto di Hormuz. Lì si gioca una parte importante della battaglia. Però, attenzione: chiunque lo prenderà, poi lo aprirà. Non sarà conveniente conquistarlo per tenerlo chiuso».
Infine, professore, cosa voterà al referendum sulla riforma della giustizia?
«Abbiamo coniato uno slogan: “sì, ma meglio”. Voterò sì, dunque, ma a malincuore perché non accetto minimamente che tutto si riduca ad una sorta di punizione verso un intero corpo dello Stato, cioè i magistrati. È un approccio sbagliatissimo. Un secondo dopo aver votato, mi impegnerò per una riforma della giustizia vera, migliore, con i percorsi di carriera. E mi batterò contro una legge elettorale orrenda che obbedisce a un’idea autoritaria».