serie b

Bari calcio, «Il settore giovanile un cammino virtuoso»: parola di Carlo Regalia

davide lattanzi

L’ex diesse: «Uomini e strutture, ecco cosa serve per svoltare» su De Laurentiis «Mi aspettavo che in questi anni si potesse fare qualcosa in più»

«Il settore giovanile è una cultura prim’ancora che una risorsa di un club». Parola di Carlo Regalia, l’uomo che sui talenti ha costruito una straordinaria carriera. Nel Bari, ovvero il club della sua vita, ne fece un’assoluta religione, tra ragazzi pescati nelle categorie minori di tutta Italia, ma soprattutto cresciuti in una cantera che, dagli anni ’80 in poi, divenne un esempio virtuoso, riconosciuto ad ogni latitudine.

Regalia sancì le basi dell’onda verde già da allenatore nel biennio 1972-74, quindi da direttore sportivo fu l’artefice (dal 1977 all’83), insieme all’indimenticato tecnico Enrico Catuzzi, del Bari dei Baresi che sfiorò la serie A nel 1982. E ancora, dal suo ritorno nel 1993 da direttore generale, il vivaio biancorosso raggiunge l’apice vincendo campionati in ogni categoria, fino ai trionfi della Primavera che conquista Torneo di Viareggio (1997) e scudetto di categoria (2000). È il periodo di maggior contributo alla prima squadra: Emiliano Bigica, Lorenzo Amoruso, Massimiliano Tangorra, Nicola Ventola, Antonio Cassano, Antonio Bellavista, Lorenzo Sibilano, Michele e Luigi Anaclerio sono soltanto alcune delle gemme che hanno costruito solide carriere tra i professionisti emergendo dai Galletti. Un patrimonio disperso nelle gestioni caotiche e successive all’era dei Matarrese, fino al fallimento del 2018. L’avvento della famiglia De Laurentiis avrebbe dovuto rilanciare un asset cruciale, invece i risultati delle varie squadre giovanili non hanno certo replicato i fasti del passato, ma soprattutto modestissimo è stato l’apporto alla prima squadra. Del «nuovo» vivaio sono approdati appena in tre in prima squadra: il 22enne fantasista Giovanni Mercurio (cinque presenze e un gol nel 2020-21 in serie C: oggi è alla Polimnia, in Eccellenza), il laterale Moussa Mane (22 anni e tuttora in rosa: sei presenze nell’attuale stagione), il centrocampista Davide Colangiuli (vent’anni e sei gettoni equamente distribuiti tra il 2023-24 e l’attuale torneo, ma nel mercato invernale è passato in prestito al Lumezzane). Alcuni prospetti, come il portiere Claudio Turi e l’attaccante Francesco Lorusso (entrambi classe 2005) sono passati in tenera età al Napoli: il primo oggi è in prestito alla Team Altamura, il secondo è addirittura svincolato dopo un’esperienza all’Audace Cerignola ed un fugace ritorno in biancorosso lo scorso anno per contribuire ad evitare la retrocessione della Primavera.

«In un tale lasso di tempo, era lecito aspettarsi molto di più: Bari è una delle principali città italiane, il calcio è lo sport di riferimento, il talento non è mai mancato», la premessa di Regalia che analizza le cause di un mancato decollo di un asset così fondamentale.

Che cosa serve per creare un vivaio d’eccellenza?

«L’ingrediente imprescindibile è la convinzione che non si tratti di un semplice dovere da assolvere per regolamento federale, ma di una risorsa fondamentale. Serve cura, passione e investimenti che non devono certo mettere un club in ginocchio, ma sono indispensabili in alcuni aspetti decisivi».

Quali?

«Uomini e strutture. Sotto il primo profilo, la figura determinante sono gli allenatori: devono avere passione, competenza, conoscenza della materia. E soprattutto devono essere retribuiti degnamente. Non si tratta di un dopo lavoro, ma di un impegno a tempo pieno. Al Bari abbiamo sempre ragionato così: scegliendo gente che potesse insegnare le basi, i fondamentali e coltivare le inclinazioni di ogni ragazzo, senza riempire la testa di tattica e movimenti sincronizzati: concetti che si imparano quando si entra pienamente nel professionismo. Sulle strutture, invece, è stato un mio chiodo fisso: un centro sportivo diventa casa tua e connette ogni anima di un club. Avevo convinto Vincenzo Matarrese a effettuare questo investimento: forse gli mancò la necessaria determinazione, ma incontrò anche una marea di ostacoli burocratici. Il Bari attuale è un club “a tempo”: posso anche comprendere che un centro sportivo non rappresenti una priorità fin quando non si comprenderà il futuro della società. Tuttavia, le semina sui giovani, almeno dall’esterno, non sembra un pensiero dominante».

Sul piano finanziario, il settore giovanile è più gravoso o conveniente?

«Dato il momento economico del Paese, non si dovrebbe nemmeno porre il quesito. Prima magari un grande club italiano poteva acquistare il miglior centravanti del mondo: oggi, invece, siamo una realtà minore rispetto all’Inghilterra, alle big spagnole, ai club di spicco tedeschi e, in alcuni casi, persino alle offerte faraoniche del Medio Oriente. Abbiamo un’unica strada: coltivare le nostre risorse in casa, difenderle, valorizzarle, stimolare l’appartenenza ai colori. Un discorso ancora più imprescindibile per un club di B che deve necessariamente disporre di una filiera interna: altrimenti, il rischio è svenarsi per ricostruire tutto ogni anno. Il Bari, non a caso, continua a vivere una rivoluzione dopo l’altra dell’organico».

Possibile che per i giovani calciatori baresi la maglia biancorossa non rappresenti un punto d’arrivo?

«Se la politica del club non va in quella direzione, è scontato che i ragazzi guardino le opportunità nelle quali hanno maggiori possibilità di emergere. Nella nostra filosofia, era impensabile perdere un talento: il passaggio in prima squadra doveva rappresentare l’approdo naturale. E chi è andato via, è stato ceduto solo per offerte irrinunciabili, certo non per qualche spicciolo. Oggi la selezione dovrebbe anche essere agevolata dal sistema delle Academies che creano un legame tra le scuole calcio del territorio e il club. Ma, ribadisco, la differenza viene dalla cura e dalla motivazione. Se un ragazzo si vede accantonato al primo errore, finirà per rinunciare al suo sogno e non combatterà per emergere».

Nel Bari vede la giusta connessione tra vivaio e vertici?

«Impossibile giudicare dall’esterno. Il Bari ha un vantaggio: è un club snello, senza troppi dipendenti o figure superflue. Una scelta che dovrebbe facilitare ogni connessione. Tra prima squadra e settore giovanile la connessione deve essere quotidiana. Ai nostri allenatori imponevamo di guardare puntualmente almeno le fasce di età più grandi e individuare materiale da aggregare anche nel lavoro quotidiano. La crescita di un giovane è stimolata anche dall’apprendimento e dall’allenamento con i professionisti».

È tardi per sperare in un’inversione di tendenza?

«Abbattiamo una frase fatta: ovvero, che nel settore giovanile i risultati non contano. Niente di più falso. E non perché debba svilupparsi l’ossessione del risultato già nei giovani, ma per il semplice motivo che il riscontro del campo è la cartina al tornasole del tuo lavoro. Se il Bari non ha giovani suoi in rosa, se la Primavera lo scorso anno si è salvata in extremis nel campionato di Primavera 2 che è molto lontano dall’alta competitività e anche quest’anno sta stentando, significa che il problema esiste e va affrontato in modo organico. Tuttavia, ora bisogna dare il tutto per tutto per centrare la salvezza: direttamente o al playout. Una retrocessione azzererebbe tutto il lavoro svolto in questi otto anni, in ogni ambito».

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