serie b
Il Bari sempre più solo, vita grama al San Nicola: una delle fasi più complicate di una storia lunga e tortuosa
E non è solo una questione tecnica. Non si tratta soltanto di fare i conti con una squadra mediocre e con risultati «gelidi». Lo scollamento con la città è sicuramente il tema più caldo
Siamo alla tabula rasa. In ogni senso. Il calcio, a Bari, vive una delle fasi più complicate di una storia lunga e tortuosa. E non è solo una questione tecnica. Non si tratta soltanto di fare i conti con una squadra mediocre e con risultati «gelidi». Lo scollamento con la città è sicuramente il tema più caldo. Una di quelle cose che impedisce di guardare al futuro con un briciolo di speranza. Qui a Bari s’è persa la voglia di «giocare». Di combattere, quindi. Qualcuno ha distrutto quel senso identitario che, da sempre, anima le passioni. La gente non si riconosce più in un pallone che rotola. E non è tutta colpa di sconfitte e figuracce.
La grande fuga dal «San Nicola», tristemente un dato di fatto. Inoppugnabile. I risultati, certo. Opprimenti nella loro crudeltà. Ma anche una distanza siderale dalla proprietà, alla voce famiglia De Laurentiis. La doppia proprietà è diventata un vero e proprio corto circuito. E non serve nemmeno elencare tutte dichiarazioni e fatti (le cessioni di Cheddira e Caprile, una pagina tristissima) in grado di squartare una ferita apertissima. Non è un mistero che il Bari sia la seconda squadra della Filmauro. E non perché l’ha detto Aurelio De Laurentiis. La doppia velocità nella gestione dei due club è fin troppo evidente. Per i baresi, inaccettabile. Il vero «tumore» non è la multiproprietà. Semmai il modo di gestirla. Il senso di un progetto che non esiste. Sovrapponibile e, dunque, funzionale a quello del Napoli, il gioiello di famiglia.
Tre mesi e mezzo senza lo straccio di una vittoria in «casa». E uno stadio sempre più vuoto. Due lati di una stessa medaglia diventata, quasi d’incanto, un peso insostenibile. La gente del Bari non si sente rappresentata. Da una proprietà timida. E da una squadra senza spessore caratteriale ed emotivo prim’ancora che tecnico-tattico. Forse peggio la mancanza di una progettualità, l’assenza di una reale ambizione. I campionati si vincono e si perdono. Ci sta finanche retrocedere, è la legge dello sport. È tutto quello che (non) c’è dietro a lasciare nel panico ed a lasciare in eredità interrogativi pesantissimi. Come si esce da un disastro del genere? Sarebbe facile pensare che la salvezza in questo campionato possa rappresentare una ciambella di salvataggio. La questione ha radici molto più profonde. No, non basterà restare in B per creare le basi di una vera ripartenza.
In campo, intanto, il Bari è atteso da un finale con i brividi. Tredici giornate per provare a raddrizzare una stagione nata male e scivolata via su binari inaccettabili. Moreno Longo è tornato a Bari con una valigia piena di buoni propositi. Ma deve fare i conti con una mediocrità dilagante che rischia, finanche, di mandarlo in confusione. Alla ricerca, com’è, della quadratura del cerchio. Il livello qualitativo è indubbiamente basso. Quello caratteriale, inesistente. Con una sessione invernale di mercato che sembra proprio non aver alzato il livello generale. Nel Bari ci sarebbe bisogno di mestieranti, gente con la bava alla bocca e il coltello tra i denti. E invece ci si ritrova a commentare prestazioni di una «leggerezza» sconcertante. Prendiamo l’ultima formazione schierata in campionato e scorriamo alcuni dei nomi scelti dall’allenatore. Dorval, Mane, Braunoder, Piscopo, Traore, Cavuoti. Quanto «pesa» questa gente sul piano emotivo e dell’impatto con l’avversario? Con questi bisognerà provare a salvarsi. A Bari, non a Empoli o Bolzano. Capite la portata della questione? Un’intera città è pietrificata di fronte a una bruttura del genere. Tanto che prendersela con i calciatori sembra quasi una crudeltà. Magari fosse una questione legata allo scarso impegno. Ci sarebbe una strada da battere, a muso duro. Manca l’anima, questa è la sacrosanta verità. E un pizzico di quella sana «ignoranza» che può rendere utile anche un calciatore normale. In «guerra», sì. Ma con chi?