Le motivazioni della Corte d'Assise

Brindisi, uccise il fratello e la cognata. «Fu un duplice omicidio altro che incidente»

Fabiana Agnello

Cosimo Calò, 87 anni, non fu impulsivo. Per i giudici il delitto fu frutto di «un previo studio delle occasioni e dell’opportunità per l’attuazione» e di una «ferma risoluzione criminosa»

«Non vi è nulla di accidentale»: così la Corte d’Assise di Brindisi, presieduta da Maurizio Saso, a latere giudice Adriano Zullo, introduce le motivazioni che hanno portato alla condanna di Cosimo Calò, 87 anni, assistito dall’avvocato Danilo Di Serio, per il duplice omicidio del fratello Antonio (Tonino) e della cognata Caterina Martucci di Serranova. Una frase che spazza via ogni ipotesi di gesto impulsivo e apre a una ricostruzione che i giudici definiscono frutto di «un previo studio delle occasioni e dell’opportunità per l’attuazione» e di una «ferma risoluzione criminosa». Secondo la Corte, il delitto nasce da anni di rancori, sospetti e tensioni patrimoniali. Cosimo nutriva una «crescente ostilità» verso i fratelli, convinto che Tonino e Carmelo «andavano a rubare il legname, mio e delle altre vigne» e che Antonio fosse andato «a rubare i carciofi». Un clima familiare deteriorato, segnato – scrivono i giudici – da «risentimento e voglia di vendicarsi». La scintilla fu il ritrovamento del testamento di Angelo Calò, altro fratello defunto, che designava Antonio come unico erede. Una notizia che «acuì l’irritazione dei vari familiari» e che Cosimo interpretò come l’ennesimo torto. In un dialogo intercettato con la sorella Maria Vincenza, definisce l’omicidio «una ritorsione». La Corte ricorda anche le minacce rivolte mesi prima ai fratelli, quando Cosimo urlò che li avrebbe «ammazzati tutti». Per i giudici, la premeditazione è evidente: l’imputato acquistò il fucile 5 giorni prima, lo provò in campagna e poi si recò armato a casa del fratello. La dinamica dell’agguato è ricostruita grazie all’attività d’indagine coordinata dal pm Francesco Carluccio: un primo colpo esploso dall’esterno, poi il colpo mortale alla gola di Tonino. Caterina, rifugiatasi in camera da letto, fu raggiunta da due colpi. La Corte respinge la tesi dell’incidente: «Non vi è nulla di accidentale nell’impugnare un fucile e recarsi in quel modo dal soggetto che era stato destinatario più volte delle proprie minacce di morte. La condotta posta in essere dall’autore fu intenzionale per uccidere le vittime». Dopo il duplice omicidio, Cosimo tornò sul luogo del delitto alle 4 del mattino «nella speranza di trovare pure il fratello Carmelo». Nei giorni successivi, intercettato con il figlio Vincenzo, pianificò «la miglior versione da esporre agli operanti». Pur riconoscendo le attenuanti generiche per l’età avanzata e l’assenza di precedenti, i giudici sottolineano che «le modalità delle condotte, così come ideate, pianificate ed attuate, non consentono un giudizio più favorevole». «Cosimo Calò deve essere dichiarato indegno a succedere a Calò Antonio e Martucci Caterina siccome autore dell’omicidio volontario degli stessi». La parte civile è stata rappresentata dall’avvocato Francesco Sozzi. Il difensore Danilo Di Serio, non si ferma qui: la sentenza sarà impugnata in appello.

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