AMBIENTE
Onde del mare «catturate» per farne energia e idrogeno: Brindisi sorprende
Il progetto «doc» della Geco srl primo a Valencia su 80 presentati da 30 aziende e Università blasonate
BRINDISI - Semplice, innovativo, con consumi ed emissioni pari a zero e dalle potenzialità incalcolabili in termini di produzioni di energia che oltre a quella elettrica si presta perfettamente alla produzione di idrogeno. Si chiama «Sewat», acronimo di «Sustainable energy by wave trap» (Energia sostenibile dalla cattura del moto ondoso) sviluppata dalla Geco srl, società interamente brindisina, composta sostanzialmente da un team di ingegneri. Del team fanno parte i professori Giulio, Cosimo, Amelia, il compianto Vito Maellaro e la figlia Francesca; Zenograde, Antonio e Felice Frascino, Ida Moscarito e Gabriella Guardini (amministratore). Una azienda di famiglia, per un progetto tutto brindisino che ha sbaragliato tutti al «Blue deal» di Valencia. Una sorta di business forum dell’energia rinnovabile generata dal mare e che si inserisce all’interno di un progetto Interreg-Med al quale partecipavano più di 30 aziende europee con circa 80 progetti per rispondere alle 12 sfide lanciate da varie realtà europee che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Legambiente lo sostiene e lo vorrebbe applicato anche nell’ambito degli investimenti Enel nell’annunciato polo energetico delle rinnovabili a Cerano.
Ma come nasce il progetto?
«Nasce da oltre 40 anni di studi ed insegnamento e, ci tengo a sottolinearlo, da un proficuo rapporto e confronto con i ragazzi dell’istituto Carnaro».
Avete primeggiato su progetti con sponsor blasonati come il Politecnico di Torino o aziende israeliane sponsorizzate da università spagnole. Come?
«Il progetto è semplice, innovativo. È un bacino idroelettrico in mare, non altera lo stato dei luoghi, può permettere di produrre corrente e idrogeno. Può essere installato su dighe o barriere frangiflutti, in tratti non utilizzati per altre attività. Può prevenire l’erosione della costa ed essere utile per il ripascimento».
Come catturate l’energia delle onde marine?
«Il progetto che si propone prende spunto dall’osservazione dello scenario naturale offerto delle onde frangenti e prevede, essenzialmente, la costruzione di una successione di vasche modulari in calcestruzzo, a sviluppo allungato, poste in mare, parzialmente immerse, in direzione ortogonale alla direzione dominante delle onde. Ogni vasca ha la parete esposta ai marosi, idoneamente attrezzata, in grado di captare l’acqua delle onde che vi si infrangono grazie a numerosi varchi muniti di paratoie mobili le quali, sotto l’azione di ogni onda, si aprono, consentendo l’ingresso dell’acqua nella vasca che, quindi, viene riempita. L’acqua accumulata nella vasca produce energia elettrica durante il travaso nel mare calmo sul lato riparato dalla vasca stessa, perché durante il travaso attraversa una pluralità di microturbine idrauliche che, girando, azionano generatori elettrici. L’idea innovativa è appunto il sistema di captazione delle onde e il modo di sfruttarne l’energia. L’energia elettrica prodotta può essere immessa in rete o preferenzialmente può essere usata in loco per la produzione di idrogeno consentendo un auspicabile sviluppo della relativa filiera».
Quanta energia si può produrre?
«Sono calcoli complessi per il fatto che le onde del mare non sono mai costanti. Volendo necessariamente esprimere una valutazione, seppur sommaria e di larghissima massima, delle potenzialità del sistema, applicando, in maniera semplicistica, gli elementari concetti di idraulica classica semplificando drasticamente il fenomeno si stima che un modulo della lunghezza di 50 metri potrebbe avere una produzione annua di energia pari a circa equivalente alla produttività di un campo fotovoltaico di circa 8 ettari». Il progetto tutto brindisino, anche le microturbine sono state costruite dagli ingegneri della Geco, si appresta ad essere sperimentato con un prototipo. Ad investirci al momento è stata la sola impresa che per sviluppare un progetto dalla potenzialità incalcolabile ha bisogno di sostegno. E coltiva un sogno: «Vogliamo che questo progetto sia sviluppato a Brindisi, per creare occupazione in loco e perché affrancarci dalle fonti fossili è possibile, semplicemente usando la natura nel massimo rispetto».