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IL VILLAGGIO TURISTICO DI MONOPOLI

Cala Corvino a un passo
dal baratro del fallimento

Fisco, Equitalia e fornitori si rivolgono ai giudici. Debiti per 7 milioni di euro

Cala Corvino a un passo dal baratro del fallimento

Giovanni Longo

Negli anni Ottanta la pionieristica struttura a due passi dal mare fece quasi da apripista come set per le numerose produzioni cinematografiche che oggi sono ambientate in Puglia. La serie tv, (molto) leggera e spensierata si chiamava «Professione vacanze». Tra le caratteristiche cupole bianche di Cala Corvino si destreggiavano con simpatia un capo villaggio davvero speciale come Jerry Calà, una svampita Gegia, una affascinante Mara Venier.

Un secolo fa. Oggi la società proprietaria della struttura alberghiera, Cala Corvino srl, della nota famiglia Muolo di Monopoli, è a un passo dal fallimento. I debiti verso il Fisco, Equitalia, fornitori, dipendenti, professionisti ammontano a circa 7 milioni di euro. E non è un film girato sulla costa monopolitana, ormai da anni, buen retiro del jet set internazionale. La proposta di concordato in continuità presentata ai creditori non ha convinto la quarta sezione civile del Tribunale. A metà febbraio i giudici hanno dichiarato l’inammissibilità, aggiornando l’udienza a ieri. Al termine i giudici si sono riservati per decidere sull’istanza di fallimento. In aula anche il pm Giuseppe Dentamaro, in rappresentanza della Procura.

A complicare il quadro si innesta un complesso contenzioso tra i soci della Gestione Servizi Alberghieri Integrati srl, società che si occupa della gestione del villaggio, approdato anche davanti al gup del Tribunale. In quattro, compreso un notaio di Altamura, rischiano un processo per falso e «infedeltà patrimoniale» una sorta di truffa ai danni di soci. Una storia parallela, non meno significativa, questa, che si interseca con quella principale, cioè il possibile fallimento di Cala Corvino srl sul quale i giudici Sergio Cassano (presidente), Valentino Lenoci (giudice) e Rosanna Angarano (giudice relatore) dovranno esprimersi.

La proposta di concordato che non ha convinto il Tribunale prevedeva la soddisfazione del 100% dei creditori attraverso la cessione del patrimonio immobiliare «di cui al noto resort, costituito dal blocco appartamenti e blocco multiproprietà del valore di 2.115.852 euro, con la cessione del cash flow pari a 85.000 euro annui per tre anni», somma, quest’ultima, derivante dall’affitto del nucleo originale del villaggio «stimato in 9.429.273 euro la cui proprietà, invece, resta in capo alla società». Una proposta che «non appare ammissibile» per una serie di ragioni che il Tribunale ha segnalato anche alla Procura della Repubblica. Anzitutto «è quanto meno dubbia -. scrivono - la legittimità di un concordato liquidatorio che preveda la cessione solo di parte del patrimonio». Anche perché i beni sono stati trasferiti dalla società a un trust «autodichiarato», il Cala Corvino Trust, con sede a Cipro. La relativa «retrocessione» avrebbe richiesto un atto pubblico, «al più condizionato alla omologazione del concordato». Di conseguenza, «appare inadeguata la scrittura privata sottoscritta con firma in sigla e nemmeno autenticata». I giudici puntano il dito sul fatto che non tutti i beni vengono ricompresi nella proposta. Il valore stimato di questi altri immobili sfiora i 10 milioni di euro. Perché i creditori dovrebbero potere contare solo sul canone di locazione, anziché sul valore dell’intero immobile che resta alla società?

Un piano definito «carente anche con riferimento alla specifica utilità che la società intende riservare ad ogni creditore» anche perché gli stessi sarebbero soddisfatti con l’attribuzione di singoli beni che, nell’ottica della proposta non condivisa dai giudici, «oltre a pagare il debito garantirebbero una rendita». Insomma, «no» alla proposta e carte alla Procura.

A proposito del penale. Veniamo all’altra vicenda. Il pm Luciana Silvestris ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di quattro persone, accusate a vario titolo di falso e di «infedeltà patrimoniale». L’inchiesta è partita dalla denuncia presentata dall’architetto Tommaso Tateo, socio della Gestione Servizi Integrati srl che si occupava della gestione del villaggio, insieme con Maria Farella. Stando alle indagini dei Carabinieri, la Gsa acquista nel 2013 la Corvino Resort al 100%. Ma un certo punto quest’ultima viene ceduta a due soci, Francesco Nuzzi, marito della Farella e Luciano Mastrangelo, ad un valore che sarebbe inferiore rispetto a quello reale. Insomma, Gsa sarebbe stata svuotata e la gestione sarebbe stata in qualche modo distratta a favore di Corvino Resort. Tateo, persona offesa nel procedimento, assistito dall’avvocato Vincenzo Siani, sarebbe stato di fatto raggirato anche con la presunta complicità del notaio Patrizia Speranza di Altamura che avrebbe attestato il falso in relazione al valore della società ceduta. Nel mirino il presunto conflitto di interessi della Farella che avrebbe danneggiato la Gsa e il socio Tateo. La parola passa la gup Francesco Pellecchia.

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