l'intervista

Bari, la crisi dello shopping. Lo sfogo del commerciante-influencer Pintucci:«Ai giovani dico di non aprire un negozio»

Rita Schena

L’amara riflessione di Nicola Pintucci, erede della storica famiglia: «Oggi è tutto diverso. A resistere ormai siamo una decina e non di più. Combattiamo ad armi impari contro una completa anarchia commerciale»

«Aprire un negozio di abbigliamento oggi a Bari? Il mio consiglio è no. Il commercio è in rianimazione, direi preda dell’anarchia».

A Bari quando si fa il nome di Pintucci l'immaginario corre inevitabilmente ad uno dei simboli dell'eleganza. I Pintucci sono tra gli indiscussi protagonisti storici del commercio barese, uno dei suoi simboli da generazioni e quando di commercio parla Nicola Pintucci è come fosse Cassazione. «Un raffronto tra il commercio di 50 anni fa e di oggi? Impossibile. E' cambiato tutto. Siamo passati dal boom economico, da un periodo dove era tutto nuovo e tutto si voleva sperimentare, ad un presente completamente appiattito. I commercianti di allora rappresentavano l'avanguardia, una ossatura economica che sentiva di avere una responsabilità sociale. Ricordo gli anni '70 e '80, il passaggio dalle sartorie agli stilisti come una cavalcata magnifica. Era facile crescere».

C'era un legame con le iniziative culturali della città?

«Sì, qualcosa c'era, ma era tutto il clima e contesto che cresceva tumultuosamente. Gli anni dell'edonismo Reganiano ce li siamo dimenticati? E poi sì c'era anche la cultura come attrattore, la stagione della gestione Pinto al teatro Petruzzelli in particolare, ci proiettò sulla ribalta nazionale».

E oggi?

«Oggi è tutto diverso. A resistere ormai siamo una decina e non di più, pochi eroi, mosche bianche che resistono. Combattiamo ad armi impari contro una completa anarchia commerciale, solo che mentre gli altri non sottostanno alle regole, noi siamo costretti. A questo punto che sia deregulation per tutti. La Gdo vuole fare i saldi di mezza stagione? Li fa. Io non posso e naturalmente questo mi uccide. E non basta qualche saltimbanco in strada per darci ossigeno».

Il nodo dei saldi è una battaglia delle associazioni di categoria.

«Che però non riescono ad ottenere nulla. Confcommercio, Confesercenti, ormai sono strutture governate da chi è fuori dal tempo. Sentirle parlare è come aria fritta. In realtà non rappresentano granché e soprattutto sono anni che parlano ma di fatto non riescono a contrastare niente».

Allora meglio anarchia per tutti?

«Almeno saremmo tutti ad armi pari e sarebbe il cliente a doversi districare nella giungla. Anche se così non è. Io mi sento fortemente democratico, dove la democrazia sono regole che tutti devono rispettare. La Gdo è sempre aperta, io che gestisco un negozio familiare non posso. Ho bisogno della domenica di riposo per tirare il fiato con i miei dipendenti».

Qual è oggi la situazione del commercio barese?

«È in rianimazione, si spera di salvarlo, ma ho poca fiducia. Quando oggi qualche ragazzo mi dice: “voglio aprirmi un negozio”, il mio consiglio è per il no. Non c'è più margine per poter reggere una famiglia, crescere. Non c'è più partita. Sono solo sacrifici e non sempre riesci a stare a galla. Tra tasse dirette ed indirette io che seguo le regole pago il 70% dei miei ricavi. Ormai siamo alla frutta».

I turisti stanno portando benefici?

«Sono quelli che garantiscono l'ossigeno ad un commercio in sala rianimazione. Meno male che ci sono. Sono gli unici che riescono ancora ad apprezzare il bello dello stile italiano. Quindi ben vengano. Anche se oggi si comprano le sneakers anche per andare ad una cerimonia. Ci si copre di più e veste di meno. È questo lo specchio della nostra società».

Si può invertire la marcia?

«Non credo. E lo ha dimostrato il Covid. Noi siamo stati chiusi perché definiti "attività non necessaria". Significa che possiamo anche morire tanto siamo superflui. E poi la situazione nazionale ed internazionale, siamo circondati da guerre e cattiverie. Per comprare, per uscire in centro e farsi attrarre da qualcosa di bello, devi essere spensierato. Ed oggi le famiglie non lo sono. Ci mancavano anche gli ultimi fronti di guerra. Le persone hanno paura, già non possono spendere più come una volta, e anche se potessero preferiscono risparmiare. Manca la serenità, la speranza del domani. Ormai la fiducia del consumatore è compromessa. Invece il commercio ha bisogno di allegria, è sempre stato così. Abbiamo bisogno di soldi che girano e io non ne vedo».

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