Pasqua

Riti pasquali e Misteri... che passione: ecco gli eventi più caratteristici in provincia di Bari

Viviana Minervini, Salvatore Vernice, Matteo Diamante e Paolo Malerba

Dai portatori di Bitonto, alla passione per la Sindone di Corato, passando per le processioni di Molfetta e la devozione a Terlizzi

C’è già tutto in un pensierino di scuola, e forse non serve altro per capire che cosa siano davvero gli «Statuire» di Bitonto. «Io vedo papà portare Gesù nella culla, da grande voglio fare il portatore», ha scritto Vincenzo, sei anni, figlio di Domenico Frascella. È da qui che comincia il racconto più autentico della processione del Venerdì Santo che, all’alba di venerdì 3 aprile, muoverà ancora una volta dalla chiesa di San Domenico, curata dall’Arciconfraternita del Santissimo Rosario: dal passaggio silenzioso tra padri e figli, da una tradizione che si respira in casa, si vede da bambini, si assorbe come una fede e quasi come un destino.

Non ci sono schemi, non c’è una regola scritta. Se è scritto, prima o poi si diventa «statuire». Il termine non è secondario, perché «portatore» quasi riduce, mentre in questo caso si parla di uomini che sostengono sulle braccia statue da due quintali e mezzo, fino a tre quintali, e che lo fanno dentro un codice antico di devozione, sacrificio, equilibrio e disciplina. Sotto ogni simulacro ci sono otto uomini: quattro fissi e quattro pronti per il cambio. Le statue della Passione sono quelle di Gesù nell’orto degli ulivi, Gesù flagellato, Gesù coronato di spine, Gesù con la croce, il Calvario, Gesù deposto dalla croce - la Naca - e la Vergine Addolorata, rischiarata da oltre 110 candele.

Ma più dei numeri, colpiscono le genealogie. Quest’anno, accanto al piccolo Vincenzo che già guarda al futuro, c’è Francesco Attivissimo, tra i più giovani nuovi ingressi, che porterà il Calvario proprio come fece suo padre. Francesco Robles racconta che quel passaggio è stato carico di emozione vera, fino alle lacrime, perché Attivissimo ha chiesto di lasciare la «culla» per salire verso una delle immagini più impegnative, attratto dal Calvario come il padre prima di lui.

Questo mondo, oltre a custodire la tradizione, riesce ancora a strappare i ragazzi dalla strada. Li chiama al lavoro, all’attesa, alla fatica. Prima ancora di stare sotto le statue, i giovani imparano portando assi, cavalletti, basi, aiutando per settimane nei preparativi. Si entra così, per gradi, imparando a rispettare i ruoli e il tempo. «Noi abbiamo sostituito un po’ il luogo della parrocchia, dell’oratorio», osserva Antonio Colapinto, spiegando come questo percorso sia diventato per molti ragazzi un presidio educativo concreto, capace di tenerli dentro una comunità e lontani da altre strade. Tra i nuovi ingressi c’è anche Luca Muschitiello, laureando in Medicina: segno di una comunità trasversale, nella quale convivono memorie di muratori e contadini - gli antichi uomini della «carovana» – e i percorsi di chi oggi frequenta l’università.

Poi c’è l’altra metà, spesso invisibile ma decisiva: le donne. Madri, compagne, familiari. Sono loro che in questi giorni hanno già cominciato a lavare, sistemare e preparare gli abiti. E sono ancora loro a occuparsi della fasciatura dei portatori, un gesto tecnico e insieme quasi liturgico. Si utilizzano panni che un tempo servivano a fasciare i neonati: tessuti duttili, capaci di aderire al corpo senza irrigidirlo troppo, ma abbastanza saldi da sostenere il busto. Le fasce vengono strette attorno alla cassa toracica e alla spalla destinata a reggere il peso della statua, rinforzando proprio il lato che lavorerà di più. Un tempo venivano persino cucite addosso, perché non cedessero; oggi, più spesso, vengono fermate con spille da balia. Anche qui servono esperienza e precisione.

Infine c’è il lavoro nascosto del coordinamento: basi da predisporre, lampade da provare, tempi da scandire, bande da armonizzare, distanze da tenere sotto controllo perché la processione resti composta, solenne, perfetta. Un compito affidato a chi, come Pasquale Acquafredda e Giovanni Garofalo, veglia sul procedere dell’intero corteo sotto la guida del direttivo presieduto da Alessio Gaudimundo.

A Bitonto il Venerdì Santo non è soltanto una processione. È una «scuola» di appartenenza. E forse la sua verità più profonda è tutta lì: in quelle statue che si portano sulle braccia, ma prima ancora nell’anima.

LA PASSIONE CORATINA PER LA SINDONE (di Salvatore Vernice)

Alla vigilia dei giorni più intensi per la cristianità, quelli che rievocano la Passione, morte e Risurrezione di Cristo, la Sacra Sindone torna al centro della riflessione collettiva.
Simbolo di fede ma anche oggetto di interrogativi e studi, il Sacro Telo continua ad affascinare credenti e studiosi, sospeso tra devozione e ricerca scientifica. In questo contesto si inserisce il lavoro di Edmondo Adduci, studioso di Corato, oggi tra i principali riferimenti pugliesi nell’analisi della Sindone, custodita a Torino. Un percorso nato quasi per caso, ma diventato negli anni una passione profonda e strutturata.
Determinante è stato l’incontro con Emanuela Marinelli, tra le più autorevoli esperte a livello internazionale, che gli fornì materiale e documentazione aprendo la strada a un lungo cammino di studio. Adduci, impegnato anche nel movimento Rinnovamento nello Spirito Santo, ha costruito nel tempo una solida attività divulgativa, con l’obiettivo di rendere accessibile a tutti un tema complesso e affascinante.
«La mia è una passione – spiega - che nasce dal desiderio di comprendere e far comprendere. La Sindone non è solo un oggetto di devozione, ma anche un campo di indagine che mette in dialogo fede e scienza».
Un equilibrio, quello tra spiritualità e ricerca, che rappresenta il cuore del suo impegno. «Cerco di raccontare la Sindone con un linguaggio semplice, ma fondato su basi scientifiche. Non esiste contrapposizione, fede e scienza possono camminare insieme e offrire chiavi di lettura diverse ma complementari».
Secondo la tradizione, la Sindone è il lenzuolo di lino che avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. «Su di essa è impressa l’immagine di un uomo che presenta segni evidenti di torture compatibili con il racconto evangelico della Passione. Sono proprio queste caratteristiche ad averla resa, nei secoli, oggetto di studi e analisi sempre più approfondite». Tra gli aspetti più discussi vi è la formazione dell’immagine, un ingiallimento superficiale del lino estremamente sottile.
«Studi condotti dall’Enea – continua Adduci - hanno ipotizzato che un effetto simile possa derivare da un lampo di luce potentissimo e di brevissima durata, un fenomeno che resta ancora oggi senza una spiegazione definitiva. La Sindone rappresenta un ponte tra ciò che possiamo analizzare e ciò che resta mistero. È proprio su questa soglia che si colloca la fede. Non si tratta di imporre certezze, ma di offrire elementi che aiutino a interrogarsi».
Per il mondo cristiano, il valore della Sindone è profondamente simbolico e spirituale. «È una testimonianza – conclude lo studioso coratino - della Passione di Cristo, un invito alla meditazione che attraversa i secoli. In quel volto e in quel corpo segnato si riflette il dolore, ma anche il senso più profondo della speranza cristiana, la Risurrezione».
Di tutto questo si è discusso ieri sera alla parrocchia di Santa Maria Greca in un incontro che ha visto Edmondo Adduci accompagnare i presenti in un viaggio tra fede, scienza e mistero.

Settimana Santa molfettese, tesoro da tramandare (di Matteo Diamante)

Manca poco dal periodo più suggestivo ed intenso dell’anno vissuto dalla comunità molfettese. Meno di una settimana dall’inizio di quei riti quaresimali capaci di coinvolgere un’intera città, richiamando visitatori anche dai paesi limitrofi. Ed è in tutta questa atmosfera che si inserisce una nuova opera letteraria promossa dal Polo Culturale Diocesano allo scopo di promuove progetti didattici ed editoriali volti a educare le giovani generazioni alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio culturale del territorio.
E’ stata appena presentata «Un tesoro di città 2. La Settimana Santa di Molfetta raccontata ai ragazzi», una pubblicazione che sposta l’attenzione su uno degli elementi più identitari della città: la Settimana Santa molfettese, patrimonio immateriale della comunità. E’ un racconto in prima persona. Il protagonista Nicola si trasferisce a Molfetta, una città che conosceva solo attraverso le vacanze estive. Spaesato ma curioso, inizia a scoprire la città e le sue tradizioni popolari, che diventano per lui un modo per ambientarsi e fare nuove amicizie. L’incontro con Lucrezia, al Museo Diocesano, lo aiuterà a integrarsi e a sentirsi parte della comunità.
Il racconto segue il percorso di crescita di Nicola, che osserva le tradizioni molfettesi con occhi innocenti e curiosi. Attraverso questo percorso, il racconto invita il lettore a riflettere sull’importanza di riscoprire le proprie radici e il valore della memoria collettiva. Autore del libro è Corrado la Grasta, attore e scrittore del Teatro dei Cipis, noto anche per diversi lavori di teatro civile, che vanta una lunga collaborazione con la cooperativa FeArT, responsabile dei servizi del Polo Culturale Diocesano da oltre quindici anni.
Nel racconto immersivo ci si imbatte in quelli che sono i punti cardine della tradizione quaresimale molfettese: dalle confraternite ai priori e ai simulacri della Settimana Santa. La figura dell’Addolorata, il suo culto e quello della Passione del Cristo attraverso le statue del Venerdì Santo. Il progetto è sostenuto dalla Fondazione Museo Diocesano e dalla Cattolica Popolare, che ne condividono gli obiettivi promuovere la conoscenza delle tradizioni identitarie locali e avvicinare le nuove generazioni al patrimonio culturale e spirituale della città.
La prefazione è stata firmata dal Maestro Riccardo Muti, da sempre profondamente legato alla Settimana Santa molfettese e alle sue celebri marce funebri.
Il volume presentato qualche giorno fa ha visto attorno al tavolo dell’incontro don Angelo Mazzone, presidente della Fondazione Museo Diocesano, Mariangela Azzollini, presidente della Cattolica Popolare, Corrado la Grasta, autore del libro e Gabriella Carofiglio, illustratrice.

La devozione dei giovani di Terlizzi (di Paolo Malerba)

Una tradizione che si rinnova, affidandosi allo sguardo e all’entusiasmo delle nuove generazioni. A Terlizzi, la Festa Maggiore in onore di Maria Santissima di Sovereto si prepara a vivere un’edizione inedita: per la prima volta, accanto al Comitato Festa Patronale, ci sarà il Comitato dei ragazzi, formato da giovanissimi terlizzesi pronti a dare il proprio contributo all’organizzazione.
Un’esperienza nuova che si innesta nel solco di una delle manifestazioni più identitarie della città, legata indissolubilmente al maestoso Carro Trionfale di Maria Santissima di Sovereto, simbolo di fede e appartenenza che ogni anno richiama l’intera comunità.
Il Comitato dei ragazzi, composto da giovani nati tra il 2008 e il 2009 – dunque di età compresa tra i 17 e i 18 anni – affiancherà il Comitato Festa Maggiore 2026, guidato dal presidente Nino Barione, dalla vicepresidente Marina Cagnetta e dal tesoriere Roberto Tempesta, insieme agli altri componenti adulti impegnati nella macchina organizzativa della festa. A far parte del gruppo dei più giovani sono Mattia Berardi, Michele Cagnetta, Francesco Cataldi, Leonardo De Chirico, Gerardo Ferlicchia, Mattia Gesmundo, Alessandro Giannattasio, Federico Prudente e Davide Tangari: un gruppo compatto che ha scelto di mettersi in gioco in prima persona per contribuire alla buona riuscita dei festeggiamenti.
Ed è proprio nelle loro parole che si coglie il senso più autentico di questa partecipazione. «Entrare a far parte del Comitato Festa Patronale SS. Maria di Sovereto per noi componente giovani significa molto più che organizzare un evento: è un’occasione per sentirci parte di un gruppo unito e attivo nella vita del paese. Ci muove anche una dimensione più profonda, fatta di devozione verso la Madonna di Sovereto, tradizione e desiderio di contribuire ad una celebrazione sentita da tutta la comunità».
Un coinvolgimento che nasce da un forte senso di appartenenza e dalla volontà di custodire una tradizione secolare: «Sentiamo forte l’appartenenza al nostro territorio e la voglia di mantenere vive le nostre radici, portando avanti questa tradizione e cercando di migliorarla sempre più».
Accanto alla dimensione collettiva, emerge anche quella personale, legata alla crescita e alla responsabilità: «Allo stesso tempo, questa esperienza ci permette di crescere, imparare a collaborare e assumerci responsabilità concrete. Non mancherà il divertimento, grazie a un’atmosfera che ci farà vivere la festa da protagonisti. Insomma, per noi è un’attività che unisce impegno ed appartenenza».
Uno sguardo, infine, rivolto al futuro della festa e della comunità: «Guardando al futuro, vogliamo continuare a proteggere questa tradizione, arricchendola con nuove idee e con l’energia delle generazioni che verranno».

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