l'anniversario
Via Pinto, un anno dopo il crollo: «Solo vuoto e silenzio». Rosalia De Giosa, salvata dalle macerie: «Siamo stati abbandonati»
Dal miracolo ad oggi: «Nel crollo ho perso la mia cagnolina, non ne ho più avuto notizie, vorrei poter almeno darle dignità. La mia gratitudine è eterna»
Vuoto, silenzio e un oceano di incertezze. Domani sarà trascorso esattamente un anno dal crollo della palazzina ubicata in via Pinto al civico sei.
Un evento destinato a rimanere ben impresso nella storia cittadina, ma soprattutto un trauma che ha sconvolto l’intero quartiere Carrassi, ma soprattutto ha ribaltato la vita dei venti nuclei che abitavano l’edificio di cinque piani. Gran parte di loro hanno perso l’abitazione «della vita», acquistata con i risparmi di famiglia.
Un boato, una fittissima nebbia di polvere, minuti di angoscia. Alle 18,44 del 5 marzo 2025 la struttura di via Pinto all’angolo con via De Amicis crollava in pochi secondi. Il palazzo era stato, in realtà, sgomberato fin dal 23 febbraio 2024 per urgenti lavori di manutenzione straordinaria (alcuni pilastri presentavano gravi criticità) che, in realtà, dopo un complesso iter, erano partiti appena una decina di giorni prima del dramma. Eppure, molti erano i condomini che, previa autorizzazione, passavano dalla palazzina per recuperare effetti personali, documenti, beni di primaria importanza. E la sera del crollo, non sono pochi a stazionare nell’area del fabbricato. L’implosione dell’edificio non crea conseguenze tra i passanti, ma al momento del crollo si trovava in casa la signora Rosalia De Giosa, salvata dai vigili del fuoco la sera del 6 marzo, dopo oltre 26 ore di permanenza sotto le macerie.
Il 13 marzo è demolito il troncone rimanente della struttura, a metà aprile è stato avviata la rimozione delle macerie che si è conclusa ai primi di luglio. Oggi l’area resta sottoposta a sequestro penale: nelle ultime ore sono stati ancora effettuati carotaggi sul terreno, mentre il 23 marzo un’impresa incaricata dalla procura dovrebbe procedere con alcuni rilievi sui pilastri. I proprietari degli appartamenti restano in possesso dei suoli, ma chissà quando sarà possibile parlare di ricostruzione.
Nel frattempo, venti famiglie vivono in assoluta precarietà. Il signor Bartolomeo Carlucci che viveva al secondo piano ha dovuto spostarsi addirittura a Brindisi dai figli, il signor Francone è a Bitritto dal fratello, la signora Rita di Grumo è a Bitritto dal compagno, le famiglie Nigretti e Albano sono appoggiate dai rispettivi genitori. «Bari è praticamente intoccabile: è impossibile persino ipotizzare l’acquisto di un appartamento, così come le opportunità in affitto sono rare e a prezzi altissimi», è il pensiero comune. Chi abitava a pochi minuti dal centro cittadino, ora è diventato un pendolare. C’è chi per andare avanti si è rivolto a finanziarie, chi ha dovuto chiedere esosi prestiti a parenti o amici. Ognuno dei condomini ha dovuto affidarsi a legali per districarsi in percorsi complicatissimi.
Attualmente, è in corso un tentativo di transazione tra l’amministratore ai tempi del crollo, Michelangelo Di Chiaro, e il nuovo amministratore, Vito Armenise. Sul conto corrente del condominio, sarebbero ancora presenti i versamenti dei proprietari all’impresa incaricata dei lavori, nonché altre pendenze: al momento, sarebbe in corso un tentativo di transazione.
Oltre trenta, intanto, sono i bustoni riempiti dall’impresa che ha rimosso le macerie: ora sono conservati in un capannone nei pressi dello stadio Della Vittoria. Al loro interno sono contenuti quadri, resti di mobili, addirittura casseforti ancora chiuse, borsoni contenenti denaro e indumenti, ma anche elettrodomestici e arredi ancora imballati. Sono i beni «sopravvissuti» all’implosione del palazzo, nonché alcuni bagagli dei proprietari degli appartamenti, costretti già dall’anno precedente a continui viaggi. È in corso un lunghissimo inventario dei beni recuperati: sembra che sarà necessario ancora un mese e mezzo prima di convocare gli ex proprietari al recupero.
«Chiedo davvero con il cuore in mano di accelerare questa procedura» afferma la signora Diana Albano che abitava al primo piano e vive una delle situazioni più delicate. «In quella casa avevamo tutto: oro, hard disk con foto e video dei nostri figli, risparmi conservati in alcune casseforti o salvadanai, piccoli elettrodomestici, abbigliamento, ma soprattutto le cartelle cliniche dei miei bambini con referti medici che, putroppo, certificano lievi forme di autismo. Il prossimo aprile scadrà l’anno di sospensione: dovremo riprendere a pagare il mutuo. Avevamo addirittura preso in prestito trentamila euro per quei benedetti lavori e li avevamo versati quasi integralmente. Abbiamo un disperato bisogno di aiuto. Chiediamo alle istituzioni di non lasciarci soli e venirci incontro almeno per il recupero di quanto è reperibile dalle macerie».
Rosalia, dal miracolo ad oggi: «Siamo stati abbandonati»
Ricordare le fa troppo male e le provoca un forte shock. Il salvataggio della signora Rosalia De Giosa che abitava al quarto piano della palazzina crollata in via Pinto 6 fu un vero un miracolo: la donna, oggi 75enne, fu estratta viva dalle macerie dell’edificio dopo oltre 26 ore dal crollo. Un’operazione condotta dai Vigili del fuoco con l’ausilio di forze speciali provenienti anche da fuori regione.
Oggi la signora Rosalia vive dalla figlia maggiore, Katia. Con lei c’è anche Gaetano, il figlio minore (anche suo tutore), mentre Rossana è la seconda. La compagnia dei nipotini l’allieta, ma è impossibile dimenticare quei frangenti.
«Ero andata a prendere della roba e stavo uscendo», ricorda Rosalia. «Improvvisamente ho sentito un rumore fortissimo, la porta blindata è crollata, cadevano pietre e tufi dappertutto, ho cercato di nascondermi sotto la porta e blindata sono rimasta lì, respirando nell’incavo del braccio per provare ad evitare di inalare la polvere circostante: il cellulare ha squillato per ore, ma lo avevo poggiato in un’altra stanza e non potevo. Ho chiesto aiuto tante volte, ma nessuno mi sentiva. Avevo molto freddo e tantissima paura. Sentivo i rumori dei lavori, le macerie che si spostavano. Poi ho visto una luce: erano i fari che usavano i vigili del fuoco e a qual punto la mia voce è stata ascoltata, ma subito mi hanno detto che sarebbe stato necessario del tempo per farmi uscire. Una volta creato un passaggio, hanno lavorato per tirarmi fuori, rimuovendo ferri e materiali. I vigili sono stati degli eroi: la mia gratitudine è eterna. Però, ho perso mio marito sei anni fa e resto convinta che sia stato lui l’angelo che li ha condotti da me».
Un anno dopo, però, Rosalia sottolinea anche le difficoltà con cui convive la sua famiglia. «Non voglio sembrare un’ingrata - dice - e i miei figli mi raccontano di come il sindaco Leccese sia stato sempre presente fino al mio salvataggio. C’erano anche assessori, il prefetto, il questore. Ma con il passare dei mesi, sembra che tutti si siano dimenticati di noi. Abbiamo perso la casa della nostra famiglia, le risorse economiche investite nei lavori di manutenzione sono bloccate, così come i nostri oggetti, ora accumulati un un capannone. Ma è possibile che la burocrazia debba avere supremazia persino su una tragedia? Proprio non si può smuovere nulla per accelerare alcune procedure e darci un sostegno?».
Rosalia confida il più grande dolore e una speranza. «Nel crollo ho perso la mia cagnolina, Samira. È stata cercata dappertutto, non ne ho più avuto notizie. Se non fosse sopravvissuta, vorrei poter almeno darle dignità. Alla mia età, oltre la salute dei miei figli, ho un solo sogno: poter tornare a vivere in via Pinto 6. Non sarà più la mia casa, ma magari sarà la proprietà che potrà sostenere la mia famiglia».