Imputato per favoreggiamento

Bari, il carabiniere che avvisava i clan salvato dalla prescrizione. «Avvertì dell'inchiesta per usura»

L'inchiesta del 2018 sulle estorsioni ai danni dei proprietari di un bar di Santo Spirito. L'avvocato del militare: «È innocente, ma proseguire il processo gli sarebbe costato sofferenze e denaro»

«L’ho saputo da Nicola il carabiniere», diceva in una intercettazione l’uomo del clan Strisciuglio che insieme ad altri sodali aveva messo su un lucroso sistema di usura ed estorsione ai danni di un commerciante del quartiere Santo Spirito. L’uomo, un sorvegliato speciale, nel 2018 è finito in carcere insieme ai complici che applicavano interessi del 600%. Mentre il militare Nicola V., un brigadiere capo all’epoca dei fatti in servizio al Nucleo radiomobile, si è salvato o - secondo i punti di vista - l’ha fatta franca: l’accusa di favoreggiamento è caduta grazie alla prescrizione.

Mentre l’Italia si lacera intorno al referendum, la giustizia resta preda dei problemi di sempre. E il caso dell’ex brigadiere oggi 61enne è emblematico: oltre sei anni non sono bastati ad arrivare all’accertamento della verità, tanto che il Tribunale di Bari (giudice Carlotta D’Alessandro) dopo quattro anni di udienze (il processo è cominciato a ottobre 2021) ha dovuto prendere atto del troppo tempo trascorso e dunque ha dichiarato la prescrizione.

La vicenda è una costola di un’indagine della Dda di Bari che con l’allora pm Lidia Giorgio ha scoperto le estorsioni perpetrate da un gruppo di cinque presunti mafiosi vicini al clan Strisciuglio ai danni di due fratelli, proprietari di un bar a Santo Spirito. I cinque, con l’intermediazione del sorvegliato speciale, erano riusciti a farsi consegnare più di 500mila euro attraverso prestiti usurari con tanni del 600% annuo: la giustizia è intervenuta dopo quasi sei anni con una ordinanza di custodia cautelare in carcere poco prima che le vittime fossero costrette a far subentrare un nuovo socio di maggioranza, probabilmente un prestanome degli strozzini. Dal 2012, quando le spese di una ristrutturazione li spingono quasi sul lastrico, i due fratelli cercano l’aiuto di un conoscente e finiscono così nella rete degli strozzini che li trasformano nel loro personale bancomat: si presentavano a turno per pretendere denaro, minacciando di morte i titolari e le loro famiglie.

Ed è qui che gli stessi carabinieri scoprono che il sorvegliato speciale Onofrio «Onny» Caldarulo aveva una talpa tra le forze dell’ordine. In una intercettazione Caldarulo parla delle informazioni che avrebbe ricevuto da «Nicola il carabiniere». E così scattano i pedinamenti, e vengono documentati gli incontri al bar tra il sottufficiale e il pregiudicato: le indagini non catturano le parole del militare, ma le informazioni che Caldarulo dice di aver ricevuto sono precise. Ovvero che era stata aperta una indagine a suo carico per usura ed estorsione, e che erano state attivate intercettazioni sul telefono di una delle vittime. Tutto vero.

Il processo a carico del carabiniere è partito con l’ascolto dei testi dell’accusa, cioè di alcuni dei suoi ex colleghi che hanno compiuto le indagini depositando una informativa in cui è ricostruita la vicenda. Il favoreggiamento (che si prescrive in sette anni e mezzo) è una accusa grave, soprattutto quando riguarda personale delle forze dell’ordine che rovina così il lavoro della maggioranza dei colleghi onesti: una volta avvisati, gli autori dei reati possono scappare oppure mettersi d’accordo con i complici e far sparire le prove, oppure ancora potrebbero infierire sulle loro vittime. Ma in questo caso, come in tanti altri casi simili, non solo non ci sarà mai una verità giudiziaria ma l’imputato (che imputato non è più) è riuscito nel frattempo a congedarsi e ottenere la pensione. Nei suoi confronti l’Arma potrebbe attivare eventualmente un procedimento disciplinare, ma la conseguenza massima sarebbe la rimozione dal grado.

Proprio a fronte del rischio del procedimento disciplinare, il militare avrebbe potuto rinunciare alla prescrizione. Ma il suo difensore, l’avvocato Antonio La Scala, spiega che non ne aveva interesse: «L’imputato è assolutamente certo di non aver mai compiuto le condotte di cui è stato accusato. Ma rinunciare alla prescrizione per lui avrebbe significato affrontare altri anni di processi, di sofferenze e di costi che non può permettersi». Ha dunque preferito portare a casa la sentenza di non luogo a procedere che non lascia strascichi, considerando pure che nessuno si è costituito parte civile nel processo.[m.scagl.]

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