Il caso
Bari violenta? 3 agguati negli ultimi giorni, Decaro: «Ha gli anticorpi»
Il sindaco di Bari commenta gli episodi: troppe armi in giro, tra criminalità e vendette personali
BARI - Bari negli ultimi dieci giorni sembra piombata in una spirale di violenza. Criminalità, dissidi familiari, aggressioni fisiche e minacce stanno attraversando la città e spargendo sangue. «È una situazione preoccupante che non mi lascia sereno» ha commentato il sindaco Antonio Decaro, ricordando però che «la città ovviamente rispetto agli anni ‘90 è notevolmente cambiata. La comunità ha scelto la via della legalità e del rispetto delle regole. Abbiamo vissuto anni in cui i boss criminali venivano percepiti come punti di riferimento dalla comunità. Oggi per fortuna non è più così anche se bisogna tenere sempre alta l’attenzione e non dimenticare che da un lato ci sono 14 clan criminali e dall’altro persone che usano le armi con molta facilità».
Tre gli episodi che in questi giorni hanno creato allarme, tutti finiti a colpi di pistola e due con esito mortale. Ultimo in ordine di tempo l’agguato di giovedì sera nel quartiere Carrassi, dove un 25enne ritenuto vicino a un clan di Japigia è stato destinatario di quella che per gli investigatori potrebbe essere stata una spedizione punitiva per questioni legate allo spaccio di droga. Il giovane è stato ferito con tre proiettili a gambe e schiena e non è in pericolo di vita. Al lavoro per identificare l’aggressore sono i carabinieri, che seguono la pista del regolamento di conti tra gruppi criminali.
Nulla a che vedere con la criminalità, invece, hanno i due agguati di giovedì mattina e del 18 dicembre scorso. Vendette personali in entrambi i casi. Quello del 28 dicembre, nel cuore del quartiere Libertà a due passi dalla chiesa del Redentore, risolto in poche ore, è costato la vita al 42enne Nicola Ladisa, qualche precedente penale. Non è il suo passato criminale, però, ad averlo ucciso. È morto sotto i quattro colpi di pistola esplosi dal cognato, il 34enne incensurato Daniele Musciacchio, in carcere dal pomeriggio del delitto.
I litigi in famiglia, per questioni legate all’eredità, erano iniziati più di un anno e mezzo fa, dopo la morte del papà della vittima. I figli non erano d’accordo sulla successione dei beni: alcuni appartamenti, il garage in cui lavorava il 42enne e un lido balneare a Palese. Continui litigi culminati più di una volta in violente aggressioni, fino a ieri solo verbali, intemperanze e minacce. Due giorni fa l’epilogo con la lite furibonda in strada, in pieno giorno, la colluttazione e l’omicidio.
Le indagini della squadra mobile stabiliranno l’esatta dinamica. Per il momento l’accusa per Musciacchio è omicidio volontario. Dopo il fermo il 34enne ha reso un lungo interrogatorio in Questura, alla presenza del pm Giuseppe Dentamaro e dei suoi legali, gli avvocati Pierluigi Quaranta e Raffaele Quarta. Ha confessato, spiegando però di aver reagito ad un’aggressione. Nel litigio, cioè, Ladisa - ha raccontato il 34enne agli inquirenti - avrebbe estratto una pistola, caduta a terra durante la colluttazione. Musciacchio l’avrebbe raccolta facendo fuoco. È poi fuggito, rendendosi irreperibile per alcune ore.
Un delitto risolto nel giro di mezza giornata, mentre gli uomini della mobile sono ancora al lavoro per risolvere il caso del 18 dicembre scorso: l’omicidio del fisioterapista 63enne Mauro Di Giacomo, ucciso con 7 colpi di pistola sotto casa, nel quartiere Poggiofranco. Anche in quel caso la criminalità non c’entra e si tratterebbe, ritiene il pm Matteo Soave, di una vendetta per motivi personali. Si scava da giorni nella vita privata e professionale della vittima, ascoltando colleghi, parenti e testimoni, con una traccia precisa data una lettera anonima recapitata in studio solo qualche giorno prima che un sicario incappucciato gli tendesse un agguato, freddandolo con l’intero caricatore di una calibro 7.65.
Ancora una volta, il dato preoccupante è il facile accesso alle armi oltre all’evidente aumento della subcultura mafiosa. «Parliamo di gente che gira liberalmente con le armi addosso, affiliata alla subcultura mafiosa - dice Raffaele Diomede, storico educatore barese ed esperto in devianza minorile - . Il rispetto e le amicizie nei confronti di certi clan consente loro di avere un atteggiamento prevaricatore, addirittura in ambito familiare» ha detto parlando del delitto del Libertà.
Dello stesso avviso don Angelo Cassano, parroco di San Sabino a Bari e referente regionale di Libera. «La criminalità organizzata - dice - gode di questa situazione di fragilità sociale che stiamo vivendo, ma anche e soprattutto della cultura mafiosa che invade la città. C’è l’esaltazione di alcuni modelli culturali da parte dei ragazzi che deve farci pensare. La responsabilità è di tutti, certo, ma la politica deve vigilare meglio, non può essere compito solo della scuola. Non basta proporre progetti, ma va messa in campo un’azione più determinata. Mi chiedo: i permessi per le armi date facilmente in questa città? Sembra quasi che tutti girano armati ultimamente. Ci vuole più attenzione da parte delle istituzioni».