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Le sentenza sulle condanne

Bari, imprenditori collusi con clan Parisi per avere sub appalti nei cantie

Artigiani e fornitori si sarebbero trasformati da vittime a complici anche nel chiedere il pizzo ai cantieri edili a Japigia

cantieri edili

BARI - Si sarebbero aggiudicati i subappalti riconoscendo al clan Parisi una percentuale sugli introiti. In questo modo avrebbero contribuito consapevolmente a realizzare almeno in parte il programma criminale. Nelle motivazioni (662 pagine) appena depositate della sentenza emessa lo scorso aprile al termine dell’inchiesta sul pizzo che per anni il clan di Japigia avrebbe imposto a numerosi cantieri edili nel quartiere, oltre agli imprenditori-vittime che hanno denunciato e che si sono costituiti parte civile, c’è anche una «zona grigia» di piccoli fornitori che sarebbero stati collusi con il clan. Sette tra artigiani o piccoli imprenditori, intonachisti, installatori di porte, fornitori di cemento e materiali edili, addetti alle pitturazioni, sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Cinque a processo nel filone in corso davanti al Tribunale di Bari. Altri due sono stati giudicati con rito abbreviato. Di questi ultimi, uno è stato assolto con formula dubitativa. L’altro è stato condannato a 4 anni e 6 mesi.

Il gup del Tribunale di Bari Alessandra Susca descrive nelle motivazioni uno scenario davvero inquietante sul punto. Il Tribunale, adesso, non più «solo» la pubblica accusa, parla senza mezzi termini di «piccoli imprenditori collusi che si prestavano - pur senza essere organicamente a disposizione del sodalizio - a contribuire alla realizzazione di un importante settore del programma di attività dello stesso». E ancora: «L’influenza ed il dominio del clan Parisi sui cantieri edili sul territorio di “competenza” sono altamente radicati che titolari di piccole ditte del settore edile ritengono naturale rivolgersi agli esponenti del sodalizio mafioso indagato per chiedere nuove commesse per le loro aziende». E in questo modo si genera anche un cortocircuito sociale e di formazione del consenso sul territorio perché «soggetti disoccupati chiedono di lavorare per le imprese edili che hanno cantieri sotto l’influenza del clan».

I passaggi forse più significativi delle motivazioni, riguardano proprio le infiltrazioni del gruppo criminale nell’economia reale. Grazie, ed è questa la novità, alla presunta complicità di piccoli imprenditori. Il sub appaltatore condannato, ad esempio, parlando con un collega, si lamenta del fatto che con il boss dietro le sbarre, il lavoro è diminuito. Per questo «auspica la scarcerazione di Savino Parisi cui vuole raccontare il trattamento riservato» da chi gestisce in sua assenza gli affari illeciti nel quartiere. Da quanto è emerso durante le indagini e provato nel processo, «emerge la consapevole partecipazione» dell’imputato «al meccanismo dell’imposizione delle ditte subappaltatrici deciso dal clan, rispetto al quale - ad onta delle doglianze - egli manifesta una disponibilità incondizionata» nonché «la piena consapevolezza dell’imprenditore delle logiche criminali sottese al loro lavoro ed al alla vita del clan». Insomma, «si prestava al sistema di assegnazione dei subappalti gestito dai Parisi e partecipandovi ne consentiva l’attuazione, al fine di ricavarne egli stesso un profitto». Nessuna violenza o minaccia ai suoi danni. «Il contributo offerto al sodalizio - si legge ancora nelle motivazioni - consiste dunque non solo e non tanto nel consegnare al clan indebite percentuali sull’importo dei lavori ottenuti con metodo mafioso (...) quanto nell’essere a disposizione per qualsiasi necessità». Per il giudice, «un conto e la doglianza, un conto è la realtà». Risulta che vi fosse un vero e proprio «rapporto sinallagmatico per effetto del quale, in vista dell’assegnazione dei lavori» (...) si mettesse a disposizione del sodalizio mediante l’esecuzione di lavori di ogni sorta a titolo gratuito».

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