L'analisi
Ex Ilva, ma dopo nove anni ben poco è cambiato
La storia si ripete. E non è quasi mai un bel vedere
Nell’ordinare il sequestro del siderurgico e l'arresto di proprietari e dirigenti, nel luglio del 2012 il gip Patrizia Todisco scrisse: «La grave ed attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria, imputabile alle emissioni inquinanti, convogliate, diffuse e fuggitive dell’Ilva, impone l'immediata adozione – a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana – del sequestro preventivo dei predetti impianti funzionale alla interruzione delle attività inquinanti. Ciò, affinché – considerate le inequivocabili e cogenti indicazioni affidate alla valutazione dell’Autorità Giudiziaria dalle perizie espletate e dagli ulteriori accertamenti svolti nel corso delle indagini – non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o ad essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico».
Nell'aula magna della scuola sottufficiali della Marina Militare di Taranto, mentre per due lunghe ed estenuanti ore, la presidente della corte d'assise di Taranto Stefania D'Errico, a un certo punto soccorsa dal giudice a latere Fulvia Misserini, legge le 83 pagine di dispositivo del processo “Ambiente svenduto”, si ha la plastica sensazione che quasi nove anni siano passati invano. Non solo e non soltanto perché l'emergenza ambientale, come certificato dagli ultimi studi scientifici e dai dati depositati dal Comune di Taranto al Consiglio di Stato, chiamato a decidere sullo spegnimento degli impianti inquinanti, è cessata ma perché dopo nove anni ancora una volta l'agenda della politica industriale viene lasciata nelle mani della magistratura.
La storia si ripete. E non è quasi mai un bel vedere. L'autorità giudiziaria ha compiti repressivi: si verifica una condotta illecita, si identifica l'autore, lo si punisce. Invece quello che è mancato e ancora manca nella vicenda Ilva è la prevenzione, un'azione combinata di politica ambientale, industriale e sanitaria in grado di coniugare l'acciaio con il lavoro e la salute, senza compromessi di sorta.
Delegare, come è stato fatto e come ancora viene fatto, alla magistratura la soluzione del problema è un errore strategico dalle conseguenze drammatiche per Taranto e i tarantini, perché vuol dire che c'è già un problema da risolvere ed è stato fatto poco o nulla per evitare che quel problema si creasse.
La sentenza di ieri certifica, in attesa dell'impianto motivazionale che dovrà sorreggere le pesanti condanne inflitte al sistema Riva, che comunque vada dovrà essere cambiato il paradigma produttivo e impiantistico dell'acciaieria di Taranto per evitare ulteriori interventi della magistratura. Leggeremo tra sei mesi – il termine annunciato ieri per il deposito della sentenza - come e perché e per responsabilità di chi si sarà verificato il disastro ambientale ipotizzato dalla Procura ma intanto sarà necessario – per il Governo Draghi e la nuova governance dell'ex Ilva – abbandonare un modello produttivo incompatibile con le esigenze, la contingenza e i sogni di Taranto, e dare ai tarantini, se ancora si deciderà di produrre acciaio in riva allo Jonio, una valutazione di impatto sanitario in grado di certificare che la produzione non mina la vita delle attuali e future generazioni.
Quando i finanzieri di Taranto, allora guidati da ufficiali di primissimo ordine come Nicola Altiero, Cosimo D'Elia e Giuseppe Di Noi, scelsero “Environment sold out” come nome dell'operazione, ovvero “Ambiente svenduto”, puntarono sull'efficacia del messaggio, come avviene quasi sempre in questi casi.
Ecco, Taranto riparta da qui, per ogni tipo di ragionamento di politica industriale, da un nuovo slogan: “Environment first”. Prima l'ambiente.