L'analisi
Ce la faremo col virus, ma per favore spegniamo questa tv
«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Lo ritroveremo, ne usciremo.
Vorremmo che l’Italia somigliasse in questi giorni all’hotel Mercure di Palermo. Dove
Di chi continua a rinfocolare la sofferenza per le ingiustizie patite da parte di chi nel momento del pericolo esprime solidarietà più che astio. Risponde con generosità a decenni di dileggio.
Vorremmo che in questo momento di ansia ci fossero gesti e voci capaci di portare tutta insieme la nazione ferita oltre la barriera della paura. Che le restituisse fierezza. Che le ricordasse la sua invidiata bellezza di cultura, di stile di vita, di eleganza. Le ricordasse Leonardo e Michelangelo, Dante e Galileo, Roma e il Rinascimento. Che la facesse uscire dall’assedio che tutto ha paralizzato. Che ridesse alla sua gente la fiducia e la convinzione che possa farcela. Come quando si uscì dalla guerra e si costruì mattone per mattone un miracolo, così come il popolo del Sud costruisce i suoi muretti a secco pietra per pietra. C’è bisogno che quel popolo ammirato ovunque venga fuori come sempre dopo aver toccato il fondo. Con orgoglio pari alla dignità.
C’è bisogno, come dice una indovinata pubblicità, di farsi contagiare. Farsi contagiare dalla forza d’animo di chi il virus lo affronta in prima linea. Come quei tre infermieri che nell’ospedale di Codogno per giorni hanno combattuto senza pensare alla fatica e al sonno. Come tanti altri infermieri e tanti medici. C’è bisogno che ciascuno di noi rispetti le indicazioni ma esca dalla sua personale zona rossa psicologica immaginando il dopo. C’è bisogno di pensare che uniti la supereremo perché non può essere che così.
C’è bisogno che cambi il racconto dell’Italia in queste ore passato nel mondo. C’è bisogno che con l’apporto di tutti passi il nuovo racconto della nostra eccellenza umana e collettiva. Perché ciò avvenga c’è bisogno che si stia calmi e si vada avanti. Anche se per un po’ non potremo fare tutto come sempre. Anche se per ora fioccano le disdette turistiche, si fermano le aziende, le scuole chiudono, le partite di calcio si giocano nel grande silenzio e non possiamo stringerci la mano. Anche se per ora conteremo qualche altro lutto essendo questa una disgrazia della nostra vita.
C’è soprattutto bisogno che non si tengano accesi per tutto il giorno quei televisori che ci hanno riempito di angoscia. Sapendo che oscurare le notizie è il sopruso di regimi finiti nel disastro. Ma sapendo anche che c’è una tv la quale non si limita a essere la specchio della realtà ma ce ne rovescia una esasperata rappresentazione. Così come avvenuto e come avviene con le mascherine dilaganti come nei film di zombie. Con i malati serrati in tende da romanzi del terrore. Con gli intubati come in lazzaretti. Con i medici in corazze da astronauti come per una apocalissi prossima ventura. Soprattutto con un martellante, incessante ancorché gelidamente e cinicamente ragionieristico bollettino di numeri in qualsiasi ora, su qualsiasi canale, in qualsiasi emittente. Con inviati pieni di enfasi e di affanno. In omaggio alla legge delle audience più che della pietà e della misura. Risvegliando paure ancestrali del tutto sproporzionate.
La percezione di incombente disastro ha creato la lunga scia dello scoramento. Ha creato la sensazione di invincibilità del nemico. Ha contribuito al panico di massa. Vi hanno contribuito anche alcuni titoli di giornale. Vi contribuisce la follia di chi usa Internet per spacciare criminali falsità. Circola un videogioco a portata di bambini con imperversanti monatti. Una follia collettiva che allontana la svolta, il nuovo mattino. E invece non bisognerebbe dar ragione al Manzoni della peste dei