ambiente e salute
L’alto costo annuo della crisi climatica
Negli ultimi trent’anni gli eventi climatici estremi hanno smesso di essere eccezioni per diventare una presenza sempre più costante nella vita di milioni di persone
Negli ultimi trent’anni gli eventi climatici estremi hanno smesso di essere eccezioni per diventare una presenza sempre più costante nella vita di milioni di persone. A dimostrarlo non sono percezioni o allarmi astratti ma i dati del Climate Risk Index 2026, uno degli strumenti internazionali più autorevoli per misurare gli impatti reali del cambiamento climatico su società ed economie. Tra il 1995 e il 2024 oltre 832mila persone hanno perso la vita a causa di eventi meteorologici estremi e i danni economici diretti hanno superato quattromilacinquecento miliardi di dollari. Numeri che raccontano con chiarezza il costo umano e materiale della crisi climatica e che, secondo numerosi rapporti internazionali, rappresentano solo una parte dell’impatto reale perché non includono molte perdite indirette legate alla salute, alla sicurezza alimentare e alle migrazioni. Alluvioni, tempeste, ondate di calore e siccità emergono come i fenomeni più devastanti sia nel breve sia nel lungo periodo. Le ondate di calore e le tempeste risultano responsabili di circa due terzi delle vittime complessive mentre le alluvioni hanno coinvolto quasi la metà delle persone colpite a livello globale. Dal punto di vista economico sono le tempeste a lasciare il segno più profondo concentrando da sole oltre la metà delle perdite registrate negli ultimi tre decenni.
Dietro questi dati non ci sono soltanto statistiche ma vite, comunità e territori che vedono aumentare la propria vulnerabilità, con infrastrutture danneggiate, sistemi sanitari sotto pressione e intere economie locali costrette a ricostruire dopo ogni evento. Il rapporto evidenzia anche una forte disuguaglianza geografica negli impatti del clima. I Paesi più esposti sono spesso quelli con minori risorse economiche e con una capacità limitata di prevenzione e risposta. Tra il 1995 e il 2024 tra i dieci Paesi più colpiti non compare nessuna economia ad alto reddito. Dominica, Myanmar e Honduras guidano una classifica segnata da eventi estremi rarissimi ma devastanti oppure da una continua esposizione a disastri ricorrenti. In molti casi un singolo ciclone o un uragano è stato sufficiente a cancellare anni di sviluppo economico causando danni superiori al prodotto interno lordo nazionale. Questo schema si ripete anche negli anni più recenti e nel 2024 otto dei dieci Paesi più colpiti appartengono alle fasce di reddito basse o medio basse. Il 2024 rappresenta un simbolo di questa nuova realtà climatica. È stato l’anno più caldo mai registrato e oltre due miliardi di persone hanno vissuto più di trenta giorni di caldo estremo considerato pericoloso per la salute umana. Secondo i dati dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e del servizio europeo Copernicus le temperature medie globali hanno superato per la prima volta la soglia di 1,5 gradi sopra i livelli preindustriali su base annuale.
Le temperature record degli oceani hanno alimentato uragani più intensi mentre piogge eccezionali hanno provocato alluvioni e frane in numerose regioni dell’Africa e dell’Asia. Allo stesso tempo la siccità e gli incendi hanno colpito territori già fragili come l’Amazzonia dove sono andati in fumo più di venti milioni di ettari di foresta con conseguenze dirette sulla biodiversità e sul clima globale. Gli effetti non riguardano solo l’ambiente ma anche la salute pubblica. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che il cambiamento climatico possa causare circa duecentocinquantamila morti aggiuntive ogni anno tra il 2030 e il 2050 a causa di malnutrizione, malaria, stress da calore e malattie legate all’acqua contaminata. Le ondate di calore rappresentano uno dei rischi più immediati soprattutto nelle aree urbane dove l’effetto isola di calore amplifica le temperature. Studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali indicano che la mortalità durante episodi di caldo estremo può aumentare in modo significativo tra le persone anziane, i lavoratori esposti all’aperto e le comunità con minori risorse sanitarie. La ricerca scientifica oggi è sempre più chiara.
La cosiddetta scienza dell’attribuzione mostra che il cambiamento climatico di origine umana aumenta la probabilità e l’intensità di molti eventi estremi. Nel solo 2024 il riscaldamento globale ha aggiunto in media quarantuno giorni di caldo estremo per miliardi di persone e ha reso più probabili fenomeni come uragani, piogge torrenziali e incendi. Il fenomeno climatico El Niño ha contribuito ad amplificare alcune dinamiche ma non è stato il principale motore di questi eventi. Il Climate Risk Index non è soltanto una fotografia statistica ma anche una mappa delle disuguaglianze climatiche del nostro tempo. Mostra come le popolazioni che hanno contribuito meno alle emissioni globali siano spesso quelle che pagano il prezzo più alto in termini di vite umane, perdita di case, accesso al cibo e sicurezza.
Mostra anche come eventi un tempo considerati eccezionali stiano diventando progressivamente più frequenti trasformando il rischio climatico in una condizione strutturale della vita contemporanea. Di fronte a questi dati emerge con forza una questione politica e morale che non può più essere rimandata. Ridurre rapidamente le emissioni, adattare città e territori e affrontare il tema delle perdite e dei danni non è una scelta ideologica ma una necessità di sicurezza collettiva. Il clima non è una variabile esterna ma una infrastruttura invisibile che sostiene la salute, l’economia e la stabilità sociale. Ignorarlo oggi significa prepararsi a pagare un prezzo ancora più alto domani.