Ambiente e salute

La natura, un capitale ignorato dall’economia

alessandro miani

Ogni attività dipende in modo diretto o indiretto dal paesaggio e contribuisce alla sua degradazione

Per oltre due secoli la crescita economica è stata misurata quasi esclusivamente attraverso indicatori finanziari, primo fra tutti il prodotto interno lordo. In questo modo una componente fondamentale della ricchezza reale è rimasta ai margini della contabilità economica. Il capitale naturale composto da foreste, suoli fertili, oceani, acqua, insetti impollinatori e biodiversità rappresenta infatti una vera infrastruttura economica da cui dipendono settori cruciali come agricoltura, industria, energia, edilizia, turismo e salute.

Nonostante ciò questo patrimonio resta in larga parte invisibile nei bilanci pubblici e privati, con conseguenze economiche sempre più evidenti. Le analisi dell’IPBES, la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, mostrano che ogni attività economica dipende in modo diretto o indiretto dalla natura e allo stesso tempo contribuisce alla sua degradazione. I dati raccontano una dinamica molto chiara. Tra il 1820 e il 2022 l’economia globale è cresciuta da poco più di un trilione di dollari a oltre 130 trilioni mentre nello stesso periodo il capitale naturale mondiale si è ridotto di circa il quaranta per cento. La ricchezza prodotta è aumentata ma le basi ecologiche che la sostengono si sono progressivamente assottigliate.

Questa asimmetria nasce da un sistema economico che ha beneficiato dei servizi ecosistemici senza attribuire loro un valore esplicito. Impollinazione, regolazione del clima, protezione dalle alluvioni, fertilità dei suoli, qualità dell’aria e dell’acqua sono funzioni che sostengono la produttività ma che raramente entrano nei conti economici. Le valutazioni dell’IPBES indicano che la maggior parte dei servizi ecosistemici analizzati è oggi in declino a livello globale, segnalando un deterioramento strutturale del capitale naturale. Le conseguenze economiche di questa perdita sono già misurabili. A livello mondiale la riduzione della biodiversità e dei servizi ecosistemici genera costi stimati in oltre cinquemila miliardi di dollari all’anno, una cifra che rappresenta una quota significativa dell’economia globale. Non si tratta di un danno ipotetico ma di una perdita reale di valore che si manifesta attraverso minore produttività agricola, aumento dei rischi climatici, danni alle infrastrutture, perdita di attrattività turistica e maggiori costi sanitari. Anche l’Italia non è immune da questa dinamica. Diverse analisi stimano che la perdita di biodiversità produca costi economici di miliardi di euro ogni anno, soprattutto per gli impatti sull’agricoltura e sugli ecosistemi marini. Nel territorio nazionale oltre centosessanta specie sono considerate a rischio elevato di estinzione e una quota significativa degli ecosistemi presenta uno stato di conservazione sfavorevole. Non si tratta solo di un problema ambientale ma di un rischio economico strutturale che incide sulla resilienza dei territori. A fronte di queste perdite i flussi finanziari continuano a muoversi in direzione opposta. Nel 2023 gli investimenti pubblici e privati con impatti negativi sulla natura hanno raggiunto circa 7,3 trilioni di dollari a livello globale mentre solo circa 220 miliardi sono stati destinati alla conservazione e all’uso sostenibile della biodiversità. Il divario tra ciò che distrugge capitale naturale e ciò che lo tutela resta quindi enorme. Il mondo delle imprese mostra segnali di crescente consapevolezza ma l’azione concreta procede lentamente. In Italia molte aziende pubblicano informazioni su temi ambientali e sociali ma una quota molto più ridotta ha introdotto misure operative per gestire i rischi legati alla perdita di biodiversità. La maggior parte delle organizzazioni riconosce l’importanza del tema ma fatica ancora a integrarlo nei processi decisionali, nelle strategie di investimento e nei modelli di business.

Secondo l’IPBES la sfida non è solo tecnica ma anche culturale. La biodiversità non genera esclusivamente valore economico diretto ma sostiene anche valori relazionali fondamentali come paesaggi che alimentano identità locali, coesione sociale, benessere psicologico e attrattività dei territori. Ignorare questi aspetti significa sottovalutare una parte rilevante della ricchezza collettiva. Rendere visibile il capitale naturale all’interno dei sistemi economici è oggi una priorità strategica.

Significa sviluppare strumenti contabili capaci di misurare dipendenze e impatti sulla natura, riformare i sussidi che incentivano la degradazione ambientale e orientare la finanza verso attività che rigenerano gli ecosistemi invece di impoverirli. Non si tratta di rallentare lo sviluppo ma di ridefinirlo su basi più solide. Continuare a crescere erodendo il capitale naturale equivale a consumare il patrimonio su cui si fonda l’economia stessa. I dati scientifici mostrano con chiarezza che il conto nascosto della biodiversità è già arrivato. Renderlo visibile è il primo passo per costruire un’economia capace di creare valore duraturo, ridurre i rischi sistemici e garantire benessere alle generazioni future.

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