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tra i libri proposti al premio strega

Riannodando i fili
«E invece io»
di Davide Grittani

libro grittani

di RITA SCHENA 

Una scelta controcorrente, un tradimento, un viaggio per ritrovare se stesso in un oggi dove spesso si perdono le coordinate in un gioco di specchi che, riflettendosi tra loro, non fanno più riconoscere i veri contorni dell’esistenza. Alberto Arioli, il protagonista di “E invece io” del foggiano Davide Grittani, è un uomo piuttosto normale, che fa un lavoro, il giornalista, molto mitizzato fino a qualche anno fa e che invece oggi è molto svilito da tanti piccoli ricatti sociali, è un uomo di cultura, o per lo meno si occupa di cultura e suo malgrado si trova coinvolto in una macchina del fango che rischia di stritolarlo e che trascina il lettore in ritmi sempre più accelerati.

Il libro è sostanzialmente una sorpresa. Si inizia la lettura convinti che si tratti di una storia che riguarda il protagonista, ci si convince che può succedere ad ognuno di noi, poi si abbassano le difese quando il viaggio in Sud America inizia, a questo punto si dà quasi per scontato che attraverso questo percorso il protagonista possa trovare nuove certezze, ma si è impreparati al come. Ecco allora che la svolta da thriller coglie quasi all’improvviso e ci si trova catapultati in una morsa che accelera i battiti del cuore mentre si continua la lettura senza riuscire a staccare gli occhi dalla pagina. Quando finalmente si riemerge non si è più gli stessi, non solo si perde il distacco iniziale con Alberto Arioli («sì, certo quello che sta accadendo al protagonista può succedere a tutti, ma è improbabile a me») , ma ci si risolleva dalla lettura con una bocca spalancata, per i colpi di scena che rimangono sino all’ultima parola.

Non è un testo semplice o da prendere in maniera semplicistica. A partire da sottili citazioni che si possono cogliere. Due su tutte: il viaggio in Sud America di Ernesto Guevara (non ancora diventato Che) raccontato in “Latinoamericana” e la Commedia dantesca. Come Arioli sia Guevara, sia Alighieri iniziano un percorso a metà della loro vita, anche se in età completamente differenti: Guevara ha 22 anni (morirà neanche quarantenne), Dante 35, Alberto Arioli ne ha 50 e si sente al’«equatore» in uno slittamento di età per la quale ieri a 20 si era già adulti, oggi a 50 ancora «giovani». Al termine di questi viaggi tutti e tre saranno uomini completamente diversi, dai «pori aperti», dopo aver toccato con mano la disperazione più totale.

Arioli è un uomo del nostro tempo e la narrazione lo tratteggia in un su e giù temporale per far comprendere le sua strane scelte (da Pavia accetta di trasferirsi al Sud, in una città che viene nominata solo due volte nelle pagine dell’ultimo capitolo, ma che lungo tutto il libro viene descritta strada per strada, che quasi ti sembra di toccarla), lo svolgersi anche un po’ pigro della sua vita scandita da esilaranti gaffe fino ad un terremoto ne che scuote le fondamenta: Alberto attraverso un dossier costruito con perizia viene sommerso da una valanga di fango e falsità, si viene a trovare «in una selva oscura» direbbe il poeta e incomincia il suo viaggio di evasione, ma che diventerà ben altro.

Ecco allora che la storia si dipana in una serie di scatole cinesi multiple, una dentro l’altra, prima in una prosa leggera, poi più complessa perché più complicata diventa la vita e i pensieri di Alberto. Non si può liquidare con superficialità la storia, la svolta da giallo costringe il lettore a tornare indietro, a prendere appunti per verificare come alcuni nodi si siano avvolti, come evolvono e come si sciolgono.
Elemento essenziale è il lavoro di Alberto, il giornalista, che ne connota sia il carattere, sia è palcoscenico strutturale della trama, in un settore che dall'esterno ancora riverbera di un cero mito fascinoso che ha perso dietro a basse meschinità, un luogo dove si svolgono «contese senza dignità, frutto dell'aria satura e autoreferenziale che si respira nei giornali». Alberto è colpito dalle ingiurie più false e i primi a puntare il dito sono proprio i colleghi per i quali è «colpevole fino a prova contraria». Un atto d'accusa ad un sistema marcescente piuttosto chiaro.

Un testo complesso “E invece io”, ricco di sfumature e reso con una prosa leggera e curata. Attraversando le parole di Grittani sembra quasi di giocare ad un diabolico sudoku, inizialmente si osserva con un po' di sufficienza, ma senza rendersene conto ci si trova inghiottiti dal gioco stesso, non si ha più uno schema tra le mani dove inserire la serie di numeri rispettando regole date, si è dentro il gioco, in una delle caselle e di conseguenza manca la prospettiva per poter leggere la realtà e risolvere l'enigma. Ci si deve arrampicare verso l'alto per ritrovare un minimo di capacità di analisi, per poter vedere.

Senza svelare altro ma sottolineando solo altre due cose. Una citazione su tutte: «Meglio fingere piuttosto che una verità che nessuno vuol sentirsi dire»; e un riannodare i fili: Alberto Arioli tocca il massimo della sua disperazione in una cittadina argentina, Rosario, dove troverà anche il primo bandolo della matassa che lo sta stritolando, indovinate dove è nato Ernesto Che Guevara...

Davide Grittani, «E invece io», Biblioteca del vascello; tra i 30 libri selezionati per il premio Strega

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