Il racconto

I Suede stoici e travolgenti conquistano il pubblico italiano: il ritorno del Britpop è trionfale (anche se è sempre rimasto qui)

Bianca Chiriatti (foto Antonio De Sarno)

La band di Brett Anderson, affaticato e reduce da qualche problema vocale, porta a casa un concerto memorabile e pieno di energia: una scaletta tutta di hit che trascina i fan di nuovo negli anni '90, una lezione su come dopo più di trent'anni si tiene il palco dimostrando l'amore per questo mestiere

Stoica. Non si può descrivere diversamente l'impresa che Brett Anderson ha portato a termine ieri sera 27 marzo al Fabrique di Milano sold out insieme ai suoi Suede, padri del Britpop anni '90. È stata una settimana difficile per lui: nel pieno del tour «Dancing with the Europeans» - che prende il titolo da uno dei singoli dell'ultimo disco, «Antidepressants», uscito lo scorso settembre e pienamente acclamato da pubblico e critica - arrivava da un ciclo di date spagnole in cui è apparso vocalmente affaticato, probabilmente malaticcio, tanto che a Valencia il gruppo è stato costretto a ridurre la scaletta al minimo. Ma qui parliamo di un 58enne con un'energia da fare invidia ai giovani cantanti di oggi, uno che dal 1993 sul palco dà tutto, anima, emozioni, sudore (a giudicare da quanto siano bagnate le sue camicie al termine di ogni concerto, per noi comuni mortali basterebbe uno spiffero a farci ammalare istantaneamente). E allora anche se le condizioni non sono le migliori, Brett continua a tossire (con grande eleganza - occorre comunque un disclaimer, chi scrive è molto fan della band in questione, non è garantita l'imparzialità in questo resoconto, ndr.), probabilmente ha difficoltà a respirare, e l'ultimo disco è troppo impegnativo vocalmente, la soluzione va cercata altrove. Del resto i Suede mancano in Italia dal 2018, l'ultimo concerto sempre al Fabrique (ma c'era un terzo rispetto alla folla rumorosa e coinvolta di ieri), e il risultato è stato un set di sole hit, un pieno tuffo nel britpop fatto bene degli anni '90 (e a giudicare dall'età media del pubblico piuttosto alta si cercava proprio quell'effetto nostalgia), con cori dei fan, ritornelli urlati a squarciagola, una voce cristallina nonostante gli acciacchi. Un'impresa stoica.

È vero, i puristi e gli Insatiable Ones (questo il nome della community storica dei Suede, 11mila fan in tutto il mondo, il nome ovviamente fa eco al brano «My Insatiable One») avrebbero voluto qualcosa in più dall'ultimo album, da cui propongono invece solo «June Rain» (il giorno dell'uscita del disco non avremmo immaginato neanche di ascoltarla mai dal vivo). E invece viene fuori un'ora e mezzo con diciannove pezzi, un'energia che Brett ha tirato fuori da chissà dove, forse dall'affetto davvero caloroso di quel pubblico che partecipa, canta, comprende. E per chi li ha visti ieri per la prima volta, magari perché troppo giovane negli anni '90, neofita del genere (il boom degli Oasis dello scorso anno ha raccolto anche nuove leve), o perché all'epoca girare l'Europa per la musica dal vivo non era così facile come oggi, è stata una notte indimenticabile. Dichiarazione di intenti immediata: «She», «Trash», «Animal Nitrate» sempre più selvaggia. Non lo dice esplicitamente, ma il messaggio è chiaro: non sto bene, aiutatemi a cantare, io «vi faccio quelle che sapete». E cantano tutti, «The Drowners», «It starts and ends with you», «Can't get enough», tutti singoli di epoche diverse che hanno continuato a mantenere viva l'energia di questa band a cui il genere del britpop deve forse tutto. Non è solo un ottimo cantante, l'approccio al palco di Anderson è sempre molto «fisico»: il suo iconico microfono con il cavo chilometrico, che sventola sulla testa o si avvolge intorno al corpo, ieri è arrivato davvero ovunque, nelle braccia delle ali di pubblico, con immensa generosità. Prime file, lato sinistro, lato destro: troppo spesso le piccole star di oggi, specialmente nel nostro Paese, pongono un'immediata distanza tra loro e i fan. Lui li avvolge, li abbraccia, si lascia abbracciare, si mischiano lacrime, sudore, musica, perché senza un pubblico coinvolto un concerto non ha senso.

Magliette con il logo della band, abbracci collettivi, si urla e si salta come se avessimo di nuovo tutti vent'anni. Ci si commuove, pure, anche se chi scrive ha sempre ritenuto che la cifra più convincente dei Suede sia quella energica, non le ballad: «The wild ones», «The 2 of us», perfino una versione acustica di «She's in fashion», mai eseguita ancora in questo tour, che in Italia spopolò nelle radio e ogni tanto si sente ancora oggi. Qualcuno ipotizza, l'hanno scelta perché Milano è la capitale della moda. Poi «So young», «Metal Mickey», e i la-la-la su «Beautiful Ones» che chiudono il set prima del bis finale. C'è adrenalina, energia, anche se sono da poco passate le dieci ed è già tutto finito (e che bello iniziare i concerti alle 20.30!). Qualcuno si sposta in un locale vicino per un aftershow a tema britpop, altri tornano a casa, è di nuovo il 2026, ma forse non sarebbe male tornare ogni tanto nel 1996, con i suoi sogni e quella prospettiva di futuro un po' meno disillusa di oggi. Ci teniamo le colonne sonore, che quelle rimangono per sempre (e meno male). Un grazie a Brett, per aver dimostrato ancora una volta l'amore per questo mestiere e per i fan, a Simon, Mat, Richard, Neil. E se qualcuno si stesse chiedendo, visto che su queste pagine parliamo quasi sempre di Puglia, cosa c'entri tutto questo con la nostra regione... Ci rileggiamo tra qualche tempo!

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