L'intervista
Con Scianni «Il dolore si canta» per restare in piedi
Nel primo EP il cantautore barese sceglie la via dell’introspezione radicale, intrecciando dolore, mare e memoria personale in un racconto sonoro che rifiuta le maschere e rivendica il tempo dell’ascolto
Il dolore si canta, primo EP del cantautore barese Scianni, non insegue la voglia di piacere, ma l'urgenza di essere vero. Un percorso intimo fatto di pause, consapevolezze e verità, uscito lo scorso 9 gennaio per Sputnik Music Group, distribuito da Altafonte Italia. Cinque tracce nate dopo un lungo periodo di riflessione e un viaggio profondamente introspettivo, in cui l’artista ha rielaborato esperienze vissute, emozioni annotate e stati d’animo senza filtri. Per la prima volta Scianni sceglie di rivolgersi a sé stesso in modo diretto e autentico, concedendosi il tempo necessario per maturare e trasformare il dolore in materia creativa. I testi sono firmati dallo stesso Alessandro Sciannimanico (questo il vero nome), mentre le produzioni vedono coinvolti Gianni Pollex, Luca Giura (Molla), Andrea Messina, Rebtheprod (Rebecca Palazzolo).
Scianni, quanto la musica per lei ha trasformato il dolore in una forma di medicina personale e collettiva?
«Se ci fosse una percentuale infinita, direi quella. Ogni volta che mi sono sentito perso e senza una via di fuga, c’è sempre stata l’unica strada che mi riportava con i piedi per terra: la musica! Come se parlassi a me stesso davanti uno specchio e ritrovassi la mia serenità. Di conseguenza, ho sentito che, se la musica può aiutare me, può aiutare anche gli altri».
Come si è preparato emotivamente e mentalmente per affrontare questo viaggio dentro sé stesso?
«Inizialmente riscontravo molte difficoltà e perplessità nel guardarmi dentro. Temevo talmente tanto di essere giudicato da me stesso e dagli altri che, ogni volta che provavo a scrivere qualcosa, il mondo si bloccava. Ma poi ho semplicemente fatto il passo più semplice e genuino: accettarmi! E da lì tutto è diventato automatico e profondamente liberatorio».
Nuda racconta di una rinascita attraverso un’altra persona. Quanto crede che le relazioni possano plasmare la nostra evoluzione interiore e artistica?
«Ogni relazione ti plasma e sono dell’idea che lo faccia quasi sempre in bene. Ti fa maturare, capire cosa meriti e di cosa hai bisogno. Come in “Nuda”, le relazioni sono dei viaggi che ti portano sempre avanti; sono proprio tutte quelle consapevolezze acquisite che ti consentono di trovare quella meta, sotto forma di persona, che è il vero punto di arrivo. Dal punto di vista artistico ancor di più! Perché semplicemente senza amore, senza le batoste, senza i pugni al muro per qualcosa andato storto, di che cosa scrivi?».
Ha citato il mare come elemento fondamentale della sua vita. Quanto la terra d’origine influisce sulla sua musica e sulle sue emozioni?
«Devo tutto alla mia terra, nonostante io abbia preferito “scappare” via qualche anno fa per tornare a sentirmi vivo e provare qualcosa di nuovo per me stesso! Però è servito. È servito a capire che la mia terra è casa mia e che sarà sempre così. Come il mare, che penso sia la più grande strada di libertà emozionale che io abbia mai provato! Il mare è casa mia, il mio rifugio più importante, dove non potrò mai sentirmi sbagliato».
È sempre stato attratto da più forme d’arte, come disegno e tatuaggi. Quanto queste passioni si intrecciano con l'approccio alla musica e alla scrittura?
«Sono dei modi che, come la musica, mi portano in un’altra dimensione, come quando scrivo o suono. Disegnare è sempre stato così: un momento solo mio che mi permette di rappresentare ciò che ho dentro. Penso sia lo stesso per i tatuaggi: voglio raccontare delle storie, delle immagini, delle cose che amo, incidendole su di me».
Dopo singoli e live importanti, questo EP segna un nuovo percorso. Quali sfide e soddisfazioni ha trovato nel realizzare finalmente un progetto così personale e completo?
«Le prime sfide sono state nell’assumere una determinata maturità di scrittura e nel produrre brani nel migliore dei modi. Tuttavia, l’ostacolo più grande è stato affrontare momenti in cui scrivere sembrava una meta lontana, come se fossi entrato in un buco nero. Però tra le soddisfazioni c’è proprio questo: il riuscire a superare momenti così, anche se sembravano impossibili, e raccontare tutto ciò che avevo lasciato marcire dentro di me. In più c’è anche la soddisfazione di aver lavorato con gente super in gamba, che è stata mia compagna di viaggio in questo progetto. Infine, sono riuscito a dire come frase: sono orgoglioso di Alessandro!».