Musica è...
Le note... «colte» si studiano a casa
Quando ascoltiamo la musica, dunque, è importante il ruolo della memoria, perché è grazie ad essa che possiamo ricostruire la forma di un brano
La musica è una sorta di architettura liquida, perché la forma si dipana nel tempo, si mostra per gradi, a differenza di un palazzo o una cattedrale che ci appaiono nella loro totalità, immediatamente, occupando uno spazio dato.
Quando ascoltiamo la musica, dunque, è importante il ruolo della memoria, perché è grazie ad essa che possiamo ricostruire la forma di un brano.
Ma perché, la musica ha una forma? E a cosa serve, la forma? E come la si riconosce?
Giorni fa, al Teatro Petruzzelli, ascoltavo un difficile poema sinfonico di Richard Strauss, Vita d’eroe, difficile perché sul piano formale, appunto, è una pagina sfuggente: ha una struttura ciclica ma anche rapsodica, in cui sei movimenti (nelle sinfonie, in genere, i movimenti sono quattro) cercano di evocare, più che raccontare, la storia di un eroe, o meglio la sua parabola.
E mi chiedevo quanto, del valore e del significato di questa musica, potesse «arrivare» a uno spettatore non troppo attrezzato, al di là della profusione di sonorità ricche, opulente e cangianti; e naturalmente di qualche spunto melodico qui e là.
Interrogativo che vale per tutta la musica, almeno per tutta la musica «colta», che è interamente scritta, in ogni suo dettaglio, e attraverso l’elaborazione di elementi melodici, ritmici, armonici, timbrici etc. cerca di esprimere un pensiero (o un complesso di idee).
Come ascolta un poema sinfonico di quaranta minuti uno spettatore, anche colto, ma che non abbia un’idea precisa di come «funziona» la musica? Lo ascolta come una sorta di libero flusso di coscienza, come lo scorrere di paesaggi visti attraverso il finestrino di un treno: qualcosa cattura la sua attenzione, qualcosa no, ma tutto procede senza aver modo e tempo di fermarsi a guardare.
Ci sono composizioni che vanno ascoltate davvero così, opere - soprattutto certa musica di oggi, penso ad alcune partiture minimaliste - in cui la memoria e persino la consapevolezza delle strutture formali non sono importanti. Ma una sinfonia di Beethoven, o un poema sinfonico di Strauss, possono attivare i sensori del piacere (non solo intellettuale) attraverso una decisa presa di coscienza, una maggiore consapevolezza.
Per capire, e apprezzare (più o meno) una composizione, può essere utile partire dal piccolo per arrivare al grande, dalle microstrutture per arrivare alla forma nel suo complesso. È un esercizio anche divertente, e prezioso: si può cominciare dal memorizzare un tema (un «motivo»), e sforzarsi di ritrovarlo nel corso del brano. Pensiamo a un Notturno di Chopin: di solito è in forma tripartita (A-B-A), cioè - in estrema sintesi - c’è un motivo che viene enunciato e che, dopo un episodio centrale diverso e contrastante, ritorna nella sezione conclusiva del brano. Se facciamo attenzione a questo semplice dettaglio, un tema, un motivo di poche note, capiamo meglio la «storia» che la musica vorrebbe raccontarci.
È un piccolo segnale indicatore per farci capire dove siamo, come quando guardiamo Google Maps. Non è detto che il motivo sia solo melodico, può essere (in Beethoven lo è spesso) ritmico. Il celebre incipit della Sinfonia n.5, ad esempio, è più legato al ritmo che alle note, e lo ritroviamo (dilatato, accelerato, in varie forme e affidato a diversi strumenti) nell’intera composizione. Naturalmente con opere complesse e molto lunghe è opportuno approfondire, e non sarebbe male ascoltare a casa, più volte, il programma del concerto cui assisteremo. Non per «buona volontà culturale», come avrebbe detto Pierre Bourdieu, ma per divertirci di più.