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Alessandro Borghese fa tappa a Taranto, conquistato dal tubettino alle cozze: «Città magnifica che merita riscatto»
È Taranto la nona tappa del ciclo di «Alessandro Borghese 4 Ristoranti». Ecco l'intervista all'amatissimo chef che sbarca nell’antica capitale della Magna Grecia
È Taranto la nona tappa del ciclo di «Alessandro Borghese 4 Ristoranti». L’amatissimo chef sbarca nell’antica capitale della Magna Grecia, una città in cui la storia si respira ovunque e che deve il suo nome a Taras, figlio del Dio greco Poseidone. Nella città dei due mari, denominata così per la sua posizione tra il Mar Piccolo e il Mar Grande, Alessandro Borghese domani sera eleggerà il miglior ristorante di pesce di Taranto Vecchia. Nella puntata di domenica 15 febbraio - in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW - al cospetto del maestoso castello Aragonese e dei resti del Tempio Dorico, lo chef scoprirà le origini di una cucina in cui il pesce non può che essere il protagonista assoluto. Nella nuova puntata della produzione Sky Original realizzata da Banijay Italia, la cucina tarantina si muoverà nel perfetto equilibrio tra tradizione pugliese e abbinamenti inconsueti. Al tavolo, tra gli altri, sfileranno la zuppa alla tarantina, il polpo alla pignata, il risotto col pescato e le inconfondibili cozze. Ad attendere lo chef Alessandro Borghese, un compito tutt’altro che semplice: eleggere il miglior ristorante di pesce di Taranto Vecchia. Nella tappa tarantina del viaggio di «Alessandro Borghese 4 Ristoranti», in onda alle 21.15, disponibile anche on demand e visibile su Sky Go - i quattro locali in gara saranno: “Tagii Restaurant” di Antonio, “Ristorante La Paranza” di Angelo, “In Rada Restaurant” di Emanuele e “Gente di Mare” di Palma. Le regole restano immutate: i quattro ristoratori si sfideranno a colpi di gusto e originalità per aggiudicarsi il titolo di migliore attività in una determinata categoria e ottenere così l’inconfondibile “dieci” dello chef. Ciascun ristoratore inviterà nel proprio locale gli altri tre pretendenti, accompagnati da chef Borghese, che non rinuncerà alla scrupolosa ispezione in cucina per assicurarsi che gli standard vengano rispettati. I commensali saranno chiamati prima ad assaggiare e commentare le portate, infine ad assegnare un punteggio da 0 a 10 a location, menu, servizio e conto, oltre alla quinta categoria, lo special, differente in ciascuna puntata. Tutti e quattro gli sfidanti dovranno cucinare lo stesso piatto o ingrediente, rappresentativo del territorio di riferimento e ordinato da tutti i ristoratori al tavolo. A Taranto il ruolo da protagonista spetterà agli iconici tubetti con le cozze, preparati rigorosamente con la cozza tarantina. In questa ricetta, emblema della tradizione gastronomica locale, il formato di pasta corta si sposa perfettamente con il condimento perché con una sola cucchiaiata si riesce a gustare contemporaneamente pasta, cozze e sugo. Chi si aggiudicherà il titolo di miglior ristorante e il contributo economico da investire nella propria attività? Antonio per “Tagii Restaurant”, locale all’entrata del centro storico dallo stile sobrio, con una cucina esclusivamente di pesce fresco; Angelo per il “Ristorante La Paranza”, nel cuore della Città Vecchia, a pochi passi dalla spiaggia, con una cucina tipica al passo con i tempi e un menu che affonda le sue radici nella tradizione; Emanuele per “In Rada Restaurant”, locale accogliente con vista sul Mar Piccolo e una cucina di mare, tradizionale tarantina ed “esperienziale”; o Palma per “Gente di Mare”, ristorante di fronte al celebre ponte di pietra, che punta sui sapori di una volta. Buona gara a tutti!
L'INTERVISTA A CHEF BORGHESE: TARANTO? UNA CITTÀ MAGNIFICA CHE MERITA RISCATTO
Alessandro Borghese arriva a Taranto con il suo sorriso contagioso e quell’energia inconfondibile che, da anni, accende la sfida di «Alessandro Borghese 4 Ristoranti». Per la prima volta nella città dei due mari, lo chef è pronto a mettere alla prova ristoratori e tradizioni locali, tra profumo di mare, ricette identitarie e orgoglio pugliese. Lo abbiamo incontrato, in vista della tappa tarantina dell’iconico programma in onda domani sera su Sky.
Chef, quali impressioni ti ha regalato la città in questo vostro primo incontro?
«Sicuramente è una città vera. Una città in cui la storia ci racconta che nella parte bassa c’erano i pescatori, in quella alta, invece, i nobili. Taranto è una città dal carattere forte, che non fa la posa. C’è qualcosa di unico nel suo essere abbracciata da due mari, come se avesse due anime. Il centro storico mi ha sorpreso, è veramente molto bello ed ha un’energia forte; i tarantini vi sono molto legati. La presenza dell’Ilva e del lavoro permea la popolazione e le stesse mura di Taranto. Ho scoperto una città straordinaria, con gente calorosa, e me la sono goduta, anche grazie a bellissime giornate di sole. L’avevo solo sfiorata, durante le mie passeggiate salentine, e mi ero ripromesso di conoscerla in modo più approfondito».
La cucina tarantina è fatta di mare e di gesti antichi, ma soprattutto di materie prime fortemente identitarie. C’è stato un piatto che hai amato più degli altri?
«Lo special, che in questa puntata è il tubettino con la cozza tarantina, è un piatto ho assaggiato in quattro declinazioni diverse, e certamente rientra in quei piatti che identificano la cucina regionale italiana. Quando hai una materia prima così identitaria, non ti serve inventare niente, basta rispettarla. La cozza tarantina deve essere lavorata poco, così come è stato fatto in questi tubettini: è sufficiente il pomodoro e la sapienza di chi l’ha sempre lavorata».
In Puglia il cibo è anche memoria familiare e orgoglio popolare. Quanto conta oggi la storia che c’è dietro a un piatto?
«Moltissimo. Dietro ai nostri piatti ci sono la potenza del racconto e la memoria delle nonne, che cucinano nel nostro immaginario e nel nostro quotidiano. La memoria è anche fatica, è famiglia. Diversamente, avremmo una cucina muta, che non sa di niente. Quando mi trovo davanti a un piatto io voglio conoscerne l’origine, ascoltare la chicca che crea l’aspettativa prima che arrivi in tavola. Sono assolutamente per l’emozione che arriva anche dalla parola».
«Alessandro Borghese 4 Ristoranti» è un fenomeno culturale, oltre che televisivo. Qual è il segreto di un successo che dura da anni?
«Il programma è un racconto della nostra Italia e la gente ama la verità. Chi fa il mio mestiere ha l’obbligo di raccontare il nostro Paese, parlando di chi sta in sala, del cliente, di chi è in cucina. Mi piace scoprire ciò che racconta il Bel Paese dal punto di vista della gastronomia, ma anche scoprire le città, i luoghi, le persone, dare vita alle dinamiche del gioco che appassionano. C’è talmente tanta diversità, così tante differenze da portone a portone, che la cucina regionale è un immenso patrimonio da portare in scena. La valorizzazione della cucina italiana, ora riconosciuta Patrimonio Unesco, è una scommessa che mi vede in campo da una vita, sia come cuoco che conduttore televisivo. Il segreto? Forse anche la leggerezza».
Lo schema delle puntate è fisso, ma le storie sono sempre differenti, grazie a sentimenti e protagonisti sempre diversi.
«Ogni volta siamo in un posto diverso, che rendiamo più vicino al telespettatore che non lo conosce. È uno schema semplice, che però funziona, talmente tanto da aver dato vita ad altri format, come 4 Hotel, 4 Matrimoni etc. La competizione e lo spettacolo divertono, accendono lo show, ma sempre con rispetto. Io fungo da garante in questo senso, perché si parla di investimenti, attività, famiglie, case, sacrifici, mutui. E in tutto questo bisogna entrare con grande delicatezza e umanità».
Quanto c’è di Alessandro Borghese “uomo” nel personaggio tv che il pubblico ama?
«C’è tutto il mio privato, io sono così in generale, e questo lo si può chiedere anche alle mie brigate di cucina su Venezia e Milano. Faccio una cosa che mi diverte e quando ti diverti e stai bene con le persone che lavorano con te, in televisione questo arriva. Quindi, lo sono più di quanto uno possa pensare».
Quando hai capito che la cucina sarebbe stata la tua vita?
«A sedici anni, anche meno, ho capito che la lingua con cui mi sarei espresso sarebbe stata quella dei fornelli. Da piccolo invitavo gente a casa, mi mettevo a cucinare, guardavo mio padre davanti ai fornelli. Mi divertiva questa convivialità, questo donarsi, questo atto d’amore di preparare per l’altro. La cucina rende possibile qualsiasi cosa».
La figura femminile è centrale nei tuoi ristoranti «AB – Il lusso della semplicità» a Milano e Venezia. Cosa apporta?
«Le donne hanno una marcia in più. Tengono basso il testosterone maschile in cucina, sanno dialogare e ascoltare, sono responsabili e costanti; insomma, la loro presenza è fondamentale. Io, senza le donne, professionalmente e umanamente, non sarei dove sono: da mia madre a mia moglie e alle mie figlie, passando per tutte le donne che ruotano intorno al mio lavoro. Essenziali».
Il cibo rischia di diventare un mero racconto social?
«Il rischio esiste. La cucina instagrammabile dura una scrollata, mentre il piatto buono te lo ricordi. Il mio invito è quello sì a raccontare, perché l’immagine è l’anima del commercio, ma facciamo giudicare alla forchetta, non al filtro Instagram».
Tradizione o innovazione? Che mi dici?
«La contaminazione mi va bene, ma con identità. Tradizione sì, ma viva, fedele, accesa. Promuoviamo l’Italia, poi, è un dovere d’amore, insieme alla materia prima e al rispetto delle colture. Non tradiamo le tradizioni, come il pranzo della domenica».
Salutiamoci così. Se Taranto fosse un piatto?
«Una semplice cozza tarantina gratinata. Te ne mangi una dopo l’altra».