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In Puglia e Basilicata

Il fotoreportage

Viaggio nelle strade di Bari: la via del Castello ai piedi di Federico

Il mito Gigino Gentile, le orecchiette e plotoni di turisti. Il reportage di Alberto Selvaggi e di Teresa Imbriani

07 Maggio 2022

Alberto Selvaggi (Foto Teresa Imbriani)

Dopo via Argiro, via Melo, via Re David, viale Europa, via Prayer (Sant'Anna), via Lattanzio, via Mazzitelli e la strada interna al Porto nuovo, prosegue con questa nona puntata il viaggio per le strade di Bari 

 

Un mozzicone di strada che è un concentrato di bellezza e di patrimonio umano. Si stende ai piedi di un sovrano che ha illuminato la nostra esistenza di sudditi culturali, Federico II, lungo l’ottava meraviglia del castello normanno-svevo che rimaneggiò lasciando l’aquila scolpita sull’archivolto del portale e quindi lungo il fossato brillante di verde da divorare.
Ha una corazza irregolare di scaglie scure di drago norreno, sul cui dorso arrancano ballonzolando treruote invecchiati con i ferrivecchi, automobili silenziate dall’energia elettrica, biciclette rattoppate con il nastro adesivo e con lo spago, piedi di persone dai bacini basculanti sui dislivelli che s’affiancano, flussi di turisti guidati da illustratori di costumi e di antichità, che risalgono il ponte a sud verso l’ingresso principale del maniero, dato che Bari è diventata la città più frequentata e con un giro d’affari che stacca di gran lunga quelli delle località più rinomate. Una via che solca le mezzelune della piazza Federico II e che gente in monopattino elude nelle sue asperità per non venire disarcionata.

L’ambiente è ridente, perché arioso, perché costituito interamente di pietra plasmata dalla capacità artistica dei secoli, quella di Michelangelo e non di Cattelan, ma anche perché attraversata dal pulviscolo d’oro di un certo buonumore, che come i malanni si trasmette di persona in persona, e invece che fare danno corrobora. La via di Federico è piena di storia, cioè di quella dimensione temporale che ti spia fissamente dagli oculi delle torri del castello disteso come una nave dada, e sprizza quella che chiamavamo umanità, persone vicine allo stato di natura, ancora non discoste dall’essenza originaria, vivide di certa genuinità carnale, il popolo insomma, il popolo nella sua manifestazione spontanea, e che abbiamo perduto per le cause che conosciamo un po’ tutti, fra le quali i social, funzionali ad allontanarci uno dall’altro, a digitalizzare le solitudini nella perdita delle nostre unicità di singoli, di comunità, di razza.

Per cui qui è tutto un «tu» e un «ehi» immediati. E non è fantastico? A che serve mediare? Il popolo, il popolo vero di piazza Federico II, ovvero della strada vulcanica che la percorre, è ancora qui, incardinato nel luogo di origine, per includerti direttamente nella sua anima, senza pensarci, per virtù naturale. E allora capisci che sei di Bari, accidenti, capisci che sei dei loro anche se non sanno manco come ti chiami. Sei tu, non lei, sei prendi la busta, sei sposta il motorino per piacere che deve salire il camion.
Santo popolo di San Nicola. Il migliore, probabilmente, che esista in città. Sfaccettato, umorale, composto da personalità caratterizzate, da diversi uno dall’altro, pirotecnico e vociante come i fuochi d’artificio per il patrono di maggio. È festa e festa facciamo.

C’è la farmacia Dalessandro all’angolo con piazza Massari. Il bar pizzeria Federico II dopo l’omonimo vico, che ingozza russi, inglesi, statunitensi e ucraini di pasta fresca con ragù e cime di rape. Sullo stesso isolato la Caffetteria del Castello, poi Magicaterra che richiama nel logo ottagonale federiciano le sue ceramiche e piccole opere ispirate a Bari. E nel sole spunta Lady Franca, con le bancarelle delle orecchiette davanti al basso che abita, bianco di calce, concavo come il ventre dell’Immacolata. Lavora velocemente la massa, sorride, simpatica, parecchi sono simpatici qua, farina di grano duro, integrale, arso, chiancarelle, orecchie del prete, strascinati, pasta nota anche all’estero ormai. Arco Basso, Arco Alto, ambedue titoli di opere teatrali in vernacolo che segnarono la città. Più giù di là, dopo vari telai e massaie diventate figure mediatiche, capaci di produrre ognuna fino a dieci kg di pasta al giorno, c’è la signora Lina, che è stata in America per esportare il verbo delle orecchiette fatte in casa. C’è anche folklore turistico, il soldo serve, ci si sveglia e si mangia. Ma tutto è nella verità.

Un altro esempio da cercatori d’oro del comunismo cancellato è la signora Teresa che armeggia davanti a casa, piano rialzato, va e viene lungo i tre metri che la separano dalle tende tra le quali spuntano un volto di figlia e un volto di maschio. Vende sottoli, taralli con glassa, pomodori essiccati, orecchiette grandi come padiglioni auricolari di nano, altre piccole giallo sfumato, e si porta in giro i capelli ventosi come una corona spogliata di valenza regale.
Ci sono turisti ovunque, cineoperatori, tv straniere, fotoreporter, fotografi d’arte, qualche pittore vagante con pennelli secchi come rami di vite, consapevole che gli anni vanno sfumando e che i prossimi sono pochi rispetto a quanti ne furono. E la piazza si allarga, si apre alle case affastellate dalla necessità. Porticine sepolte, la cartoleria Intralot, la pizzeria El Castillo, con la sua gettata notturna di tavoli. Caffetteria pizzeria Templari, l’esoterismo spirituale della Chiesa della Santissima Trinità. Il parrucchiere, i souvenir made in Bari, Puglia Ceramiche, Jewelry con una pregevole selezione di Hamilton. L’arca di tinte La bottega del detersivo, posto fantastico, piazza dell’Odegitria che si apre sulla Cattedrale, Salumeria Favia, Caffetteria Vanny e Mary, il signor Tonio, maturo pezzato con baffi, che sarebbe un gatto randagio a pensione nella Tabaccheria Loseto, dove può miagolare due chiacchiere con il titolare Tommaso e il figlio Massimo. E infine l’ansa con Ladisa arredo idrosanitari, e il Pescatore, famoso ristorante con B&B che ha saziato i personaggi più famosi capitati a Bari.

La fortezza prospicente, ‘u Castìdd’ che chiude gli occhi del borgo antico sul nord del mare, è sede museale visitata da scolaresche alle quali le maestre si sforzano di insegnare, da stranieri che conciliano lo svago da vacanza con la volontà degli accompagnatori di informare di vasi mitici o di Aurelio Amendola fotografo. Composto dal mastio, baluardi a scarpata con torrioni a lancia sul fossato in cui i ragazzini barivecchiani si tuffavano per recuperare il pallone senza funi né altro, è sede della Soprintendenza per i beni ambientali architettonici e storici della Puglia. Ma è soprattutto magnifico e dominante come un concetto di governo politico che non potrà più tornare.
Potenza incombente dei vari regnanti sulla cittadinanza, fu anche cattedrale dell’imperatore Federico II laico, ignaro che, secoli dopo, sulla stessa strada si sarebbe affacciato un pur piccolo papa dei poveri, privo di potere temporale, impresso ancora a caldo nella memoria della comunità.

Giggino Gentile, ed è il caso per pronuncia barese eccedere con la seconda gi, abitava di fronte al sovrano, al civico 37, primo piano, balcone sulla bottega sua e di Mimì il macellaio. Nel 1947 aprì il buco di pizzeria che forgiò - è dire poco sfornava - le pizze migliori della storia di Bari. Inebrianti di un poderoso succulento croccante non soltanto in virtù dell’impasto e per il forno di pietra, ma anche perché utilizzava quanto oggi è vietato: lo strutto, l’anima e la forza impressa con quelle pialle di mani.
Stava dietro al bancone, fiero e inamovibile come un capitano, piedi a papera sulla pedana di mezzo metro, data la sua altezza limitata. Pinuccio «Nasone» infornava, la moglie Laura Lopez dava una mano anche per i panzerotti che sfrigolavano. Là davanti seduti sul muretto del fossato della fortezza imperiale, stavano ricchi, poveri, falliti, ladri, avvocati, eroinomani appena tornati da un estemporaneo spaccio internazionale a Londra nei primi anni Ottanta, schifati come lebbrosi dai mediorientali terroristi con i quali consumavano affari. Per poi morire. Li riconoscevi perché mangiavano la pizza tenuta su quella carta liscia, che poi volava nel vento di perdizione per imbiancare fra le lattine e le Peroni il fossato. Piegati su un fianco con i meravigliosi occhi rotanti nel buio del mondo, in quanto più lenti nell’afferrare coi denti la mozzarella colante che Gigino, nostro unico santo, tagliava intera e fresca, una per pizza.

Nei primi dieci anni il covo produsse anche gelati: Pizzeria Gelateria Gentile, insegna originaria. Ma dai Sessanta, quando la pizza cessò di essere un prodotto di lusso per la domenica, feste e compleanni, l’ometto di ferro dismise la sua Carpigiani, oggi restaurata nel nuovo locale.
Figura carismatica e rispettata anche nel ruolo di paciere dai barivecchiani, Gigino apparteneva a una stirpe di pasticcieri e gelatai le cui origini risalgono al 1880, con negozio nella strada del Carmine che dalla Basilica porta alla Cattedrale. Là apprese il mestiere del dolce, ma anche del salato quando Domenico Ficarella, zio materno, prese a sperimentare impasti di pizza che faceva assaggiare. Nel 1988 un tumore dietro un bulbo oculare strappò Gigino in pochi mesi dalle braccia di Bari, 58 anni. La moglie proseguì l’attività fino al ’91, quando depositò la licenza in Comune per non venderla a estranei, nel rispetto della memoria del marito scomparso.

Il locale divenne un deposito per il parentado. Finché nel 2007 Fabio e Francesco, nipoti di Gigino che giocavano fra le sue scarpe mentre lavorava, figli della maggiore Chiara che da piccola dormiva talvolta sui telai con la sorella minore Luciana, decisero di rilevare l’attività puntando unicamente sulla tradizione dolciaria originaria. La ex Pizzeria Gentile il 2009 riaprì come gelateria Gentile d’alta qualità, presa comprensibilmente d’assalto da turisti e cittadini che hanno a cuore l’umore del palato, estendendosi nella ex macelleria attigua che i fratelli titolari hanno voluto onorare con le Bombette zuccherose invece che di carne. Nonno Gigino è là fuori sul cartellone in poker fotografico. Piantato sotto il balcone, affianco all’ingresso di casa per lasciarci inchinare.

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