musica e...
Solo la bellezza potrà salvare il mondo
Ho capito che la bellezza, e l’educazione alla bellezza, sono un gesto eversivo, rivoluzionario. E in tempi di guerre, tensioni internazionali, la bellezza è un’arma potentissima
Scrivo questi pensieri sparsi da un aeroporto, in attesa del volo che mi riporta a Bari. È stata una settimana intensa, di lavoro e di musica, in una città che con la musica ha un rapporto fortissimo. Lipsia non è forse un luogo d’elezione del turismo di massa, ma è uno dei centri della cultura tedesca: per esempio c’è la leggendaria Thomaskirche, dove è sepolto Bach, e dove il compositore tedesco lavorò come Kantor per quasi trent’anni, e fino alla sua morte. Soprattutto, in una piazza enorme e maestosa, si fronteggiano il teatro dell’opera e il Gewandhaus, una delle sale da concerto più belle, prestigiose e perfette d’Europa. Insomma, Lipsia è sinonimo di musica «classica», e suonarci è sempre un’emozione.
Ci arrivai, la prima volta, nel periodo cupo della pandemia. Ricordo che, per le regole stringenti dell’epoca, dovetti fare tre giorni di quarantena, in una casa allestita per me con un pianoforte digitale, e senza possibilità alcuna di uscire. Feci una provvista di cibo al mio arrivo, e poi – solo dopo l’ennesimo test Covid negativo – misi piede nella sede della MDR (la radio tedesca) per le prove con l’orchestra, tutti con la mascherina, in un’atmosfera surreale.
Il concerto fu solo registrato, gli spettacoli pubblici erano sospesi, e così il Gewandhaus restava per me una chimera.
Per fortuna la musica era talmente bella e coinvolgente (il Concerto di Lou Harrison), che la tensione si sciolse subito. Dennis Russell Davies, che era stato nominato direttore stabile da pochissimo, mi disse che valeva proprio la pena di suonarci, al Gewandhaus, e che una volta finito l’incubo della pandemia, avrei avuto questo piacere. Così fu, un paio d’anni fa, suonando il Concerto n.2 di William Bolcom, che portammo in tournée anche a Brno.
E, in effetti, fu una bellissima esperienza.
Stavolta, e sempre con Dennis sul podio, sono stato reinvitato per suonare un’opera a me cara, e che ho eseguito tantissime volte. Quando non si è più degli esordienti – diciamo – capita di risuonare opere che fanno parte di te, del tuo repertorio ma soprattutto della tua vita. E Age of Anxiety di Bernstein è una di queste composizioni. Ogni volta rileggere e approfondire è un lavoro che mi fa capire quanto, nel tempo, sia cambiato io. La musica che suoniamo è come uno specchio: riflette ciò che siamo, nel bene e nel male, e se in una partitura vediamo delle cose di cui prima non ci eravamo accorti, non è solo perché siamo diventati più arguti, ma perché – semplicemente – non vedevamo quelle cose in quanto non le avevamo dentro di noi, e dunque non potevamo “riconoscerle”.
Studiare tanto, riprovare, cercare di non rifugiarsi nella routine ma mettere costantemente in discussione tutto, specie quando si lavori con direttori che perseguono i tuoi stessi obbiettivi, è una palestra. E il pubblico, che affollava un Gewandhaus attento e silenzioso, lo ha capito. L’emozione, la gioia, la gratitudine – reciproca perché senza il pubblico non avrebbe senso tutto questo – danno un senso alla fatica, alla tensione e alle tante ore trascorse in solitudine.
Tra parentesi, mi sono pure risparmiato il Festival di Sanremo, il che aggiunge ulteriore valore alla mia esperienza. Ho capito che la bellezza, e l’educazione alla bellezza, sono un gesto eversivo, rivoluzionario. E in tempi di guerre, tensioni internazionali, che ci proiettano in un’eterna “età dell’ansia” (per dirla con Bernstein e Auden) la bellezza è un’arma potentissima. Un’arma che non ferisce, non uccide, ma forse può, fuori dai luoghi comuni, salvare il mondo.