Agil@mente
La donna come bussola degli affetti nel film Hamnet
Sono proprio le cose più semplici, quelle che sembrano insignificanti, a costituire la sostanza della felicità. E proprio per questo sono le più fragili, perché sono solo doni provvisori
Hamnet – l’ultimo film di Chloé Zhao tratto dal romanzo Nel nome del figlio. Hamnet della scrittrice Maggie O'Farrell – introduce al racconto una donna in rapporto simbiotico con la natura, con le erbe, con la terra, di cui porta anche i vestiti sporchi e infangati, come metafora della pura realtà del ventre della terra che genera e contiene, come lei stessa, vita e morte, saggezza e mistero. E dalla donna, come perno, si innesta la vicenda di un uomo e poi padre – William Shakespeare – e del suo rapporto con i figli, tra cui Hamnet, che poi perderà e che solo attraverso il teatro riuscirà ad elaborare, ritrovando il senso della vita oltre la tragedia.
“Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e, opponendosi, por loro fine?” Una cinematografia più simile a una pièce teatrale, per la drammaticità della rappresentazione scenica, la scenografia, i costumi, fedeli e fermi su paesaggi, corpi in movimento, espressioni dei volti e abitazioni del ’600 che parlano più delle battute. Una storia che rapisce e che tiene in ostaggio cuore e sentimenti, sul dilemma antico e sempre nuovo delle relazioni affettive e familiari. La difficoltà di autogenerarsi di Shakespeare, allevato nella crudeltà di un padre violento e svalutante e il suo bisogno di amare, generare e inseguire il suo richiamo letterario e poi teatrale, descrivono un padre premuroso ma assente, un amante appassionato ma distante rispetto al progetto familiare.
Al contrario la donna e moglie, Agnes Hathaway, interpretata magnificamente da Jessie Buckley, resta regina indiscussa della scena, la lente attraverso cui guardare la trama, mentre gioisce, ama, soffre, si dispera tra le righe di una vita complicata, ma soprattutto insegnando a vivere ai suoi figli, tramandando espedienti segretamente custoditi dopo averli ereditati da un’altra grande donna, sua madre. Saranno proprio quei rituali magici, al confine tra sogno e realtà, a consentire il dolce attraversamento del dolore per tutta la famiglia. Una donazione eroica, che richiama la figura matriarcale, in cui la donna accudisce e gestisce non per conquistare potere ma per amore, senza perdere il suo spirito interiore, archetipo della natura selvaggia, forte e vera, che sa cogliere in modo acuto e puntuale i segnali del cambiamento e affrontare gli affanni e le contraddizioni della vita, restando in piedi e mantenendo il cuore aperto, come recitava uno degli insegnamenti materni.
Un film che ricorda che, se l’uomo rappresenta la forza fisica, lo spirito avventuroso, la virilità e la fierezza del successo, la donna è la forza psicologica e spirituale, capace di direzionare con intelletto e saggezza la vita, in un percorso tanto invisibile quanto indispensabile. Una condottiera degli affetti, che continua a generare lungo tutto il corso della propria vita, rivivendo le doglie del parto a ogni svolta fondamentale, sacrificando sé stessa.
Il film Hamnet propone ancora una volta, come accade da alcuni anni, il tema della coniugalità e della genitorialità, prendendo in prestito una realtà della fine del XVI secolo per ridestare il ricordo del gioco dei ruoli e forse metterlo in parallelo ai tempi attuali, in cui, se da un lato possiamo parlare di progresso tecnico-scientifico, risulta chiaro che, sul paradigma delle relazioni, la centralità della donna nella scena familiare è ancora molto forte, quale punto di riferimento e bussola, seme di generatività e crescita, ancora costretto al sacrificio o a consumare in sé stessa la complessità di una risposta al suo bisogno di condivisione e di alleanza generativa.
Degno di nota è il monologo–dialogo della nonna paterna con la nipote Judith, in cui afferma che ciò che è dato ci può essere tolto in qualunque momento e che non vanno dati per scontati i momenti con i figli, le voci nella casa, le risa, i passi sulle scale, la gioia degli avvenimenti semplici di ogni giorno. Sono proprio le cose più semplici, quelle che sembrano insignificanti, a costituire la sostanza della felicità. E proprio per questo sono le più fragili, perché sono solo doni provvisori.