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Dai grossisti ai rivenditori, le rivelazioni sul business di droga tra Ginosa e Bologna: il pentito fa tremare la mala
Il 48enne, arrestato il 16 maggio 2025 dopo una latitanza di poco più di due giorni, ha fornito agli inquirenti ogni singolo dettaglio dei ruoli rivestiti dagli imputati accusati dalla Dda di Lecce
Le dichiarazioni del nuovo collaboratore di giustizia Giuseppe Renna fanno tremare la mala ginosina. Il 48enne, arrestato il 16 maggio 2025 dopo una latitanza di poco più di due giorni, ha infatti fornito agli inquirenti ogni singolo dettaglio dei ruoli rivestiti dagli imputati accusati dalla Dda di Lecce di aver messo in piedi un’associazione dedita al traffico di droga sull’asse Ginosa-Bologna.
Nelle 97 pagine di verbale dell’interrogatorio, visionato da Gazzetta, che il pm dell’Antimafia Milto De Nozza ha depositato nella scorsa udienza dinanzi al gup Maria Francesca Mariano, il “pentito” ha ammesso tutti gli addebiti a lui contestanti, negando però di aver rivestito il ruolo apicale assieme a Donato Branca. Quest’ultimo infatti, per gli inquirenti, sarebbe stato assieme a lui il perno centrale delle attività illecite. Nelle sue dichiarazioni, rese a maggio 2025, Renna ha invece sottolineato che Branca, rifornendosi oltre che da lui anche da diversi soggetti (come Pace Sabino e suo cognato Antonio Bitritto) avesse un suo ampio giro di affari che gestiva con il genero Alessio Matarrese: ed è con il familiare, secondo le parole di Renna, che Branca avrebbe coordinato tutte le fasi dello spaccio, dall’acquisto alla vendita. Coinvolta nell’attività illecita ci sarebbe anche Patrizia Mangialardo incaricata di suddividere la sostanza stupefacente e della vendita al dettaglio. Oltre al traffico di droga, come emerso dalle carte dell’inchiesta, Branca risponde anche dell’accusa di “caporalato” per aver reclutato lavoratori nei campi. I braccianti agricoli, secondo gli investigatori, erano prelevati da alcuni comuni del Tarantino e “piazzati” nei terreni di diversi imprenditori, lavorando spesso in nero per molte ore al giorno. Paga che in molti casi era «compensata con forniture di droga precedentemente effettuate dai lavoratori sfruttati».
Nelle diverse ore di interrogatorio Renna avrebbe, come detto, cristallizzato le diverse figure che ruotavano intorno al traffico di stupefacenti: a cominciare dai grossisti, come lui stesso si è definito, all’individuazione dei «capopiazza», che gestivano un proprio giro di pusher, fino ai corrieri, agli assuntori e rivenditori al dettaglio. Cocaina, eroina, hashish, marijuana venivano destinate oltre che a Ginosa, anche a Montescaglioso nel Materano e Molinella nel Bolognese, e cedute spesso in conto vendita. La tenuta di una “contabilità” degli affari e l’attività di riscossione chiudevano il cerchio delle attività illegali.
Dei 21 imputati - assistiti tra gli altri dagli avvocati Francesco Caprioli, Arcangelo Divitofrancesco, Marino Galeandro, Fabrizio Lamanna, Leonardo Pugliese e Cristiano Rizzi – ora in udienza preliminare, sono in dieci, incluso Renna, a rispondere del traffico di stupefacenti. Nel blitz di maggio 2025 dei carabinieri del Reparto operativo di Taranto in cui scattarono 13 misure cautelari – 2 ai domiciliari e 11 in carcere – proprio Renna, come anticipato, riuscì a fuggire attraverso una botola nascosta nella sua casa facendo perdere le proprie tracce, ma fu poi individuato. Le sue dicharazioni, naturalmente dovranno ora essere riscontrate nel corso del processo.