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Estorsioni e incendi a Pulsano, blitz sul clan Venere: 4 arresti. Le vittime chiamavano il boss «uomo d’onore» I NOMI/VIDEO
Anche armi e intralcio alla giustizia. Tutti reati commessi con metodo mafioso. Undici gli indagati
Estorsioni, incendi, armi e intralcio alla giustizia. Tutti reati commessi con metodo mafioso. Sono alcune delle accuse mosse a vario titolo nei confronti delle 11 persone ritenute organiche o vicine al clan “Venere” di Pulsano: quattro di loro sono finiti in carcere. Si tratta del 54enne Anselmo Venere, del 34enne Nicola Casucci, Emidio Galeandro, 58 anni, Gennaro Migliorini 69 anni.
L'inchiesta “Argan” ruota intorno al gruppo pulsanese diretto da Anselmo Venere, 54enne già noto alle forze dell'ordine per omicidio, droga ed estorsione, è ritenuto il capo di un'organizzazione criminale che imponeva il pizzo a imprenditori del territorio.
L'inchiesta - condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo, agli ordini del maggiore Gennaro de Gabriele e e del capitano Vito De Cesare, e coordinata dai pm Milto De Nozza della Direzione distrettuale antimafia di Lecce e Francesca Colaci della procura ionica – ha permesso di scoprire che titolari di stabilimenti balneari, strutture alberghiere ed esercizi commerciali del litorale erano costretti a versare denaro al gruppo Venere che dal carcere, continuava infatti, a gestire il clan. In alcune conversazioni intercettate, le vittime manifestavano un evidente stato di assoggettamento psicologico e intimidatorio, arrivando a definire l’indagato «un uomo d’onore».
Il 54enne, infatti, è finito in cella a novembre 2023 con l'inchiesta “No one” perchè accusato di aver minacciato un imprenditore pulsanese a cui era stato imposto di licenziare il figlio di Maurizio Agosta, l'uom che guida il clan opposto al suo e in carcere da ormai diversi anni: «Ascoltami bene, allora…io ti sto avvisando…il figlio di Maurizio Agosta lo devi cacciare. Guardati alle spalle allora da oggi in avanti figlio di puttana, devi morire mo».
L'inchiesta Argan ha permesso di scoprire che durante il processo per quella vicenda del 2023, l'imprenditore sarebbe stato avvicinato e costretto a rinunciare alla costituzione di parte civile in aula, ma non solo: due testimoni sarebbero stati intimoriti al punto che uno dei due avrebbe chiesto addirittura a Venere di scrivergli cosa avrebbe dovuto dichiarare davanti ai giudici («Tu mi devi scrivere quello che devo dire… poi io studio. Faccio tutto quello che vuoi tu», diceva uno dei testimoni nelle intercettazioni). E quella mattina nell'aula B del tribunale mentre il pm Colaci interrogava la vittima, in aula c'erano anche gli investigatori dell'Arma che hanno monitorato tutti i movimenti del testimone e anche dei complici di Venere presenti all'udienza.
Ma c'è di più. Dall'indagine è emersa che una donna - praticante di uno studio legale - pur non avendo mai ottenuto l'abilitazione per la professione di avvocato, si spacciava per il difensore di fiducia del 54enne solo per poter entrare e uscire dal carcere e consegnare i “pizzini” con cui il boss impartiva le direttrici al gruppo.
E poi incendi, attentati ed estorsioni soprattutto ai lidi del litorale.: Venere e sua moglie, vero pilastro del clan durante la detenzione del capo, dividevano gli imprenditori in due gruppi: le “persone educate” che pagavano senza fare troppe storie e quelli che ijnvece si ribellavano e cui bisogna rispondere tempestivamente appiccando incendi e roghi.
Gli 11 indagati rispondono a vario titolo, più nel dettaglio, di “estorsione pluriaggravata”, “incendio pluriaggravato”, e “intralcio alla giustizia”, tutti presuntamente commessi con “metodo mafioso”, “porto di armi da sparo e relative munizioni”, nonchè “evasione continuata” ed “esercizio abusivo della professione”.